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Torino 2006
 SNOWBOARD

Un cuore matto re dell’half pipe

Shaun White domina la prova e smentisce i medici che lo volevano fermare

13/2/2006
Pierangelo Sapegno



BARDONECCHIA. In America sono dei divi. In Italia sono i ragazzacci della neve. Non è molto importante capire chi ha ragione.
Sono una tribù che sta entrando a spallate nel mondo dello sport, e fra di loro c'è anche Anne Flore Marxer, una così bella che non ha nemmeno bisogno di
Shaun White
Shaun White, medaglia
d'oro nella snowboard
chiedere permesso.

Non vince molto, ma chi se ne frega. Snowboard, specialità halfpipe.

La stella italiana, Giacomo Kratter, è un fusto con una folta criniera che ce l'ha con quelli che li chiamano i ragazzi della maria, quelli che si fanno le canne. Se lo guardi bene, sembra uno uscito da una discoteca, mica da una pista. E ieri, c'era Domu Narita che ballava il rap prima di cominciare la gara. Non fa una bella prova, ma ridono tutti anche quando va male. Forse si fa così. Loro si divertono sempre. Spalti pieni.

Hanno un mezzo tubo davanti dove vanno su e giù con una tavola e fanno i salti per aria, sotto ai pini e al cielo. E ci sarà un torrente qui vicino, un posto dove le trote vanno d'accordo con le esche. E dopo ci sarà una buona canzone da ascoltare, giù al quadrivio.

Più in là è inutile andare. Perché qui va così. Se li vedi insieme, sono un po' tutti uguali, con quei capelli lunghi, lo slang dei ragazzi, la stessa passione per la musica, quell'aria da gioventù bruciata. I calzoni delle tute, larghi e arricciati, che scivolano sul fondoschiena. Un sorriso stampato in faccia.

Questa è l'isola di Wight che finisce sulle nevi. Che sarà un caso, ma si legge come White, di nome Shaun, l'americano che ieri ha vinto l'oro nell'halfpipe. Uno che da bambino aveva problemi di cuore, e i medici glielo ascoltavano e poi dicevano: «Ragazzo, un giorno racconterai la tua vita. Ma non puoi fare sport». Invece, lui a 13 anni faceva già delle giravolte sulle tavole che nessuno alla sua età è mai stato in grado di fare.

E adesso esagera addirittura: «Io sono un ragazzo normale. Sono la prova che chiunque può vincere come me». Il fatto è che questo è uno sport tutto diverso, un mondo particolare. Da noi lo amano i giovani. Un po' meno il Coni. Alla conferenza stampa organizzata dalla Fisi hanno parlato da soli. Ma Giacomo Kratter aveva l'aria di uno che sta ad ascoltare l'offerta e pensa: «Metti che non mi interessi».

In fondo, non gliene doveva fregare troppo. Dev'essere da un bel pezzo che lo fa. Purtroppo, non lo pagano per cercare se stesso. Lo pagano per fare i voli sulla tavola. E poi, se non avesse dovuto fare questo, che cosa avrebbe avuto dalla vita? «Tante donne», risponde. Adesso non ha tempo, troppi allenamenti, anche se in America lo chiamano «lo stallone italiano».

Lui è così poco d'accordo che se n'è fatto tatuare uno sul cuore. «Speriamo che abbiano ragione». Dài, speriamo. Però, è timido e simpatico come lo sono i ragazzi di montagna. I suoi hobby, dice, «sono mangiare bene, leggere e scrivere». La sua felicità alzarsi al mattino nella sua camera e vedere che fuori ha nevicato. I suoi nemici «quelli che mischiano lo snowboard con la marijuana: basta, mi sono rotto i cosiddetti».

I suoi amici i cittadini del mondo. Perché questa è la legge della tribù. Te li vedi che si infilano il tabacco in bocca come una manciata di patatine e lavorano di mascelle, con le cuffie alle orecchie, lì che agitano le spalle e la testa, e anche se vanno sulla neve non so perché ma ti fanno venire in mente l'America profonda, una bettola con le assi malconce del pavimento, qualche paese sperduto dell'Oklahoma, un'immagine di pianure ribollenti e spazzate dal vento, di scarni e smisurati orizzonti, interrotti soltanto dallo schienale di una solitaria sedia a dondolo.

E' come se uscissero tutti da altri luoghi, da altri posti, persino da un'altra epoca, con questi pantaloni larghi larghi a mezzo sedere, queste camminate ciondolanti, questo modo di muovere la testa quando gli parli, quasi di ruotarla, questi capelli lunghi da Anni Settanta, il loro gergo così veloce e questo slang tutto yankee, con l'aria di centellinare una pinta di birra al pub e la musica dei Led Zeppelin sottofondo, che piace tanto a Shaun White, il loro capo tribù.

Però, le platee qui sono piene, e i giovani sono tantissimi, a guardarli e a sognarli. In America, questi atleti sono famosi come i nostri calciatori.

E' uno sport che unisce il valore atletico allo spettacolo, negli States piacerà per questo. Shaun dice che si sente un uomo libero a saltare su una tavola. Ma anche se è vero, un bambino malato di cuore che vince alle Olimpiadi può pure dire quello che gli pare. Invece, Giacomo racconta che quando è molto teso cerca una tavola per scaricare la tensione.

Con quelle si è già rotto le due braccia. Dice: «Ma qui, se non vai a mille, resti indietro». Difatti, lui mica vince: quarto a Salt Lake City, tredicesimo ieri. Quattro anni fa dissero che aveva perso per colpa della giuria. Adesso, invece, non c'è stata gara. Uno guarda Shaun ed è contento lo stesso, con quella faccia da chitarrista pop, quella voglia di dire che vorrebbe «essere un delfino per salvare i tonni dalle reti». Noi non l'abbiamo capito. Ma qui non c'è molto da capire. E' la tribù che o ti piace, o non ti piace.

A noi piace da matti. Come la regina dello snowboard, Gretchen Bleiler, una che ne farebbe impazzire molti, con quell'aria da College americano e da febbre del sabato sera: ha scelto addirittura una rivista hard per mostrarsi come mamma l'ha fatta. Non che sia grave.
Ma lui lo farebbe?
Naa, macché.

Dominio Usa Half Pipe Maschile
Medaglia d’Oro Shaun White (Usa) p. 46,8
Medaglia d’argento Daniel Kass (Usa) p. 44
Medaglia di bronzo Markku Koski (Fin) p. 41,5
4. Aguirre ( Usa) 40,3
5. Autti (Fin) 39,1
6. Zebrowski (Fra) 38,6
7. Keller (Svi) 38,5
8. Schmidt (Ger) 37,5
9. Lueps (Ger) 36,8
10. Mattila (Fin) 35,8
11. Lipscomb (Can) 33,5
12. Finch (Usa) 24,7
Fuori dalle finali: 13. Kratter (Ita) 43. Pietropoli (Ita)

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