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Torino 2006
 SNOWBOARD

I BABY FENOMENI DELLO SNOWBOARD AI GIOCHI DI TORINO IL VENTO NUOVO LO PORTANO LORO

Manuel, che vola in un tubo di neve

Pietropoli a 15 anni guida gli azzurri nell’half pipe

2/2/2006
di Marco Ansaldo



Quelli come Manuel Pietropoli crescono che la geografia non la imparano sui libri, perché di libri ne sfogliano pochi mentre il mondo lo girano molto e con voracità: prendono da soli un aereo per la Nuova Zelanda all’età in cui non
Gretchen Bleiler
Gretchen Bleiler in una
posa spettacolare
potrebbero salire sull’ascensore del condominio senza essere accompagnati da un adulto, conoscono le camere d’albergo più delle aule di una scuola, vivono di neve e acrobazie. Professionisti dello sport a 15 anni.

Manuel è il prototipo degli atleti ragazzini di cui si riempie ogni Olimpiade, e Torino non fa eccezione. Nella squadra italiana ce ne sono di nati nel ‘90.

La più giovane è Valentina Bettarini e gioca a hockey. Lui viene subito prima ed è il campioncino dello snowboard, di quelli che vanno sulle piste con le tavole ai piedi e nel suo caso non è neppure una pista ma un gigantesco «tubo» tagliato a metà e coperto di neve. Bisogna percorrerlo da una sponda all’altra inventando evoluzioni sempre più complicate, difficili, spettacolari. Lo chiamano half-pipe. Roba da americani, meglio se della California. Manuel invece abita a Lonato, sul Garda, e vive dove può. In questi giorni è in Corea per i Mondiali giovanili.

Ad agosto l’avreste trovato tra la Nuova Zelanda e il Cile, a novembre in Colorado. «Dovrebbe frequentare il primo anno all’Istituto alberghiero di Desenzano - racconta Franca, la madre - ci va quando può. Per lo snowboard ha già perso un anno, bocciato in seconda media: i professori mica capivano questo girare per il mondo e poi esistono delle regole, oltre tante assenze non si va». Ma come si fa a bloccare il talento?

E allora il ragazzino ha mollato il teorema di Pitagora e impara le leggi della fisica contraddicendole sulle pareti del «tubo», «dove è importante andare più in alto e più in lungo che si può per realizzare tutte le figure che si hanno in testa», spiega Gianmarco Peri, il responsabile del team azzurro. La montagna è diventata la sua scuola.

«Mi dicono che Manuel è più maturo dei suoi anni, impara le cose della vita che non si insegnano tra i banchi», dice mamma Franca. Bisogna essere genitori un po’ speciali per accettarlo. Condividere una passione. Sciatori un po’ si nasce, snowboardisti per ora si diventa.

«Anche se le prime tavole si videro negli anni Venti - racconta Peri - queste sono le prime generazioni di atleti nati imparando subito sulla tavola e non sugli sci, da genitori che ci andavano». Così i Pietropoli sui pendii di Campiglio. «Mio marito Giorgio mise Manuel sullo snowboard a 7 anni, il problema fu trovargli un maestro che gli insegnasse a cadere, per quanto si buttava come un matto».

La prima gara a 10 anni, il primo ritiro in Nazionale a 12, da clandestino, perché la Federazione impone di averne uno in più. I soldi per le trasferte anticipati dalla famiglia. «Finché gareggiava in Italia l’accompagnavamo in auto tutti insieme, anche nostra figlia Lisa. All’estero no.

Si è rinunciato alle ferie per pagargli il biglietto per la Nuova Zelanda», racconta mamma Franca, che vola a un metro da terra, con il suo bambino alle Olimpiadi «e sono più emozionata di lui, che non capisce cosa gli succede. E’ partito per la Corea dicendo che solo al rientro avrebbe pensato a Torino e che tanto farà una bella figura».

Nessuno gli chiederà l’impossibile, alla prima stagione con i grandi e con i sedici anni da festeggiare il 30 aprile, due mesi dopo l’Olimpiade . Manuel è entrato in elenco all’ultimo minuto ed è il più giovane della spedizione azzurra. «E’ qui per fare esperienza anche se la giovinezza è normale per chi fa questo sport - spiega Peri -. Più si è leggeri e meglio è, anche la statura diventa un handicap se si è troppo alti. L’«half pipe» sta alla neve come la ginnastica artistica sta alla palestra. E chi non ha completato lo sviluppo fisico può avere un vantaggio».

Gli altri, i «vecchi», riescono meglio nello slalom, dove conta anche il mestiere, o nel cross, su un percorso di gobbe e salti in cui il peso aiuta a scendere. Quelli come Manuel invece sono gli acrobati inseguiti da sponsor e aziende che hanno nello snowboard la nuova frontiera del business, un mondo più colorato, informale e mattocchio del solito sci, uno sport che attrae i giovani e li seduce persino per l’abbigliamento.

A Nagano, quando si aprirono le porte olimpiche ai campioni della tavola, si favoleggiava di freakkettoni e di ritiri con birre e spinelli, roba che neppure Fini in Giamaica. Otto anni di convivenza con lo sci hanno stemperato in parte quella immagine. «Io li conosco - dice mamma Franca -, i compagni di mio figlio sembra spacchino il mondo ma sono bravi ragazzi, simpatici».

Un po’ matti. Come quel ragazzino di Lonato che se non c’è la neve per divertirsi sale sul motorino. Rigorosamente su una ruota sola.

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