LA 50 KM: IL FRIULANO CON UNA GARA PERFETTA CONQUISTA L’ORO, PRIMO ITALIANO DALL’IMPRESA DI NONES DEL ‘68
Il Re del Fondo
Di Centa: un calcio alla sfortuna ho centrato il traguardo della vita
27/2/2006
Stefano Mancini
PRAGELATO. «Volete che vi racconti la gara? Ma dal primo chilometro?». Immenso Giorgio Di Centa. Primo italiano a vincere la 50 km, la gara dei grandi scandinavi, dei Daehlie e degli Svan; secondo azzurro a vincere una gara individuale nel fondo. Sembra incredibile: ci riuscì soltanto Franco Nones nel 1968 a Grenoble in una 30 km.
Giorgio Di Centa
Di Centa è nato quattro anni dopo. Grande talento, mai un successo importante prima della staffetta di domenica scorsa. «Mi identifico nell'Inter», sorride.
Giacinto Facchetti gli telefona e lui gli fa le raccomandazioni del tifoso: «Presidente, io mi sono sbloccato. Adesso tocca a voi: voglio la Champions League». Gli chiedono com'è andata, e lui serafico: «Ditemelo voi che avete visto la gara».
E' legatissimo alla famiglia, però sullo schermo del telefonino ha memorizzato la foto del trattore. Una vita tra le donne: la moglie Rita, le figlie Laura, Martina e Gaia, la sorella Manu.
Erano tutte al traguardo ad abbracciarlo mentre lui piangeva di gioia. «Il mio papà è bravissimo. Come una montagna», ha sentenziato la piccola Laura.
Quando ha capito che era fatta? «Quando ho tagliato il traguardo. Durante la volata mi aspettavo che qualcuno rimontasse. Sono abituato a essere sorpassato negli ultimi metri, ma questa volta non ho sentito il rumore degli sci degli avversari. Significa che erano lontani».
Giriamo la domanda: quando ha temuto di aver perso un'altra volta? «In fondo all'ultima discesa. Ho passato a sinistra il francese Vittoz e mi sono detto: “Vuoi vedere che sbaglio di nuovo, che non è questo il momento giusto per attaccare?”».
Alla vigilia aveva detto di essere stanchissimo. E' sempre così ottimista? «Durante l'ultimo allenamento avevo davvero i muscoli imballati. Chenetti, il nostro tecnico, mi ha assicurato che è normale. Quanto alla volata, mi è tornata in mente quella della combinata. Era il primo dei miei tre obiettivi e sono finito quarto, capisce? Il piazzamento peggiore».
Le è servito di lezione? «Sì. Il mio errore era stato lo scatto in salita. Questa volta ho tenuto il mio ritmo e ho seguito i primi in scia. Non è vero che sono lento in volata: l'importante è che ci arrivi in buone condizioni».
In passato non le era mai successo? «In sedici anni di carriera ho avuto parecchia sfortuna. Era ora che incassassi il credito. A inizio stagione, per esempio, calavo sempre nel finale. Dopo due mesi mi sono accorto che dipendeva dalle scarpe troppo strette».
Altri problemi? «Ho i bronchi delicati e soffro di asma dall'età di 2 anni. Ero il bambino più asmatico del Friuli e non esistevano i farmaci spray come oggi. Ricordo quanto ho pianto all'ospedale di Trieste mentre aspettavo ogni mattina che arrivasse mia madre».
Il giorno che starà bene che cosa farà? «E' questo il giorno».
Valbusa le ha coniato il soprannome catarro d'oro. «Bubo è straordinario. Ha fatto un gran lavoro di squadra».
Al traguardo, la prima cosa che ha detto è stata: «Ora posso anche ritirarmi». Scherzava, vero? «Ho 33 anni, l'età giusta per un'Olimpiade. La mia carriera è stata un crescendo. Nel 2010 a Vancouver potrò pormi due obiettivi al massimo».
Perché quasi tutti credevano più in Piller Cottrer? «Perché sbagliavano. Sono stato cinque volte campione italiano nella 50 km. Ringrazio tecnici, preparatori, skimen della nazionale: hanno tutti avuto fiducia in me. Allo skiman Gianfranco Polvara regalerò la mia “500” storica. Gliel'avevo promessa in caso di vittoria, ma gliel'avrei data anche se fossi arrivato secondo. Mi ha preparato un paio di sci fenomenali».