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Torino 2006
 SCI DI FONDO

DIETRO AL SUCCESSO L’ALLENATORE CHENETTI, VOLUTO DA ALBARELLO, HA COSTRUITO CON PAZIENZA IL MIRACOLO UN PEZZO ALLA VOLTA

Gli alchimisti

L’oro dei fondisti è stato programmato 4 anni fa

21/2/2006
Stefano Mancini



PRAGELATO. Un anno per correggere gli errori, uno per plasmare il fisico, uno per renderlo resistente, l'ultimo per farne una macchina invincibile. E' un'alchimia lunga quella che ha trasformato fatica e stress, tensioni e sudore nell'oro della staffetta. Giuseppe Chenetti, 42 anni, allenatore dei fondisti
oro
I 4 moschettieri del fondo
azzurri, ha costruito l'Italfondo un pezzo alla volta, obiettivo dopo obiettivo. «A volte sei solo un preparatore atletico, altre volte devi essere uno scienziato o uno psicologo», racconta. La storia comincia nella primavera del 2002. Il ct Alessandro Vanoi lascia.

Arriva Marco Albarello, che chiama Chenetti e gli dà un obiettivo: «Le Olimpiadi sono a Torino, dobbiamo vincere». Il resto è relativo. Chenetti inquadra il gruppo e comincia a pianificare. Primo passo: lavorare sui difetti per portare tutti allo stesso livello. Vede Piller Cottrer, gambe ipertrofiche, lo chiama in disparte e gli dice: «Devi sviluppare la muscolatura di braccia e spalle». Mesi di palestra a sovraccaricarsi di pesi, poi con gli ski-roll e gli sci a spingere solo di bastoncini. Giorgio Di Centa non è impeccabile nella tecnica a skating. Chenetti lo mette davanti a uno specchio e gli spiega l'errore. Poi gli mostra i filmati di gara. E, soprattutto, cerca di convincerlo che è un fuoriclasse.

Di Centa non aveva mai vinto una gara importante, cresciuto all'ombra della sorella Manuela e tormentato da sfighe e malanni a tutte le occasioni che contano. Cristian Zorzi ha un errore posturale su cui interviene anche un dentista e un carattere fragile. Soffre la lontananza da casa e la pressione prima degli eventi, cerca di essere al centro dell'attenzione a costo di essere artificioso. «Cristian ha acquisito maturità e consapevolezza - prosegue Chenetti -. Sono dovuto entrare nella mentalità dei ragazzi per decifrare il loro comportamento». L'unico del quartetto che rifiuta la cura è Fulvio Valbusa: «Stimo Chenetti, ma io mi fido del mio allenatore Carlo Vito Scandola».

Fase 2: bisogna aumentare la forza. Finita la stagione agonistica, gli azzurri vanno in palestra. Si lavora prima con i pesi, poi con esercizi specifici che simulano il gesto tecnico, come la spinta in salita con gli ski-roll. Oppure con esercizi tratti da altre discipline, come il salto degli ostacoli (vedi il calcio). Maggio e giugno sono mesi durissimi. Luglio serve a recuperare, agosto è di nuovo un periodo di carico, mentre in settembre e ottobre il lavoro strettamente fisico diminuisce a favore dell'allenamento con gli sci. Arriviamo alla primavera 2004.

E' il periodo di preparazione del Mondiale di Oberstdorf. Chenetti continua con il suo programma: innalzamento della soglia aerobica, cioè più resistenza. Questo allenamento serve ad aumentare il numero di battiti del cuore a cui un organismo comincia ad accumulare acido lattico, e quindi fatica. «Ogni atleta ha la sua soglia aerobica - spiega il tecnico -. Le differenze significano poco: l'importante è migliorare il valore». Piller comincia a faticare quando il cuore batte 185 volte al minuto (a un essere umano normale verrebbe l'infarto).

La soglia aerobica viene calcolata con un test in laboratorio. Per i fondisti equivale al contagiri: allenandosi con il cardiofrequenzimetro imparano qual è la «zona rossa» che li porterebbe a bruciare tutte le energie in pochi minuti. I campionati del mondo misurano il polso dell'Italfondo: oro per Piller Cottrer, argento per Di Centa e il ribelle Valbusa, quarta la staffetta. Scatta l'ultima fase di avvicinamento a Torino 2006, che è un po' l'opposto della prima: questa volta si lavora per migliorare le doti individuali: la resistenza di Piller, lo sprint di Zorzi, l'eclettismo di Di Centa.

Arriva un dietista, che fatica a convincere gli atleti a cambiare regime alimentare. Si intensificano le prove sui materiali. «Passavamo le giornate a sciolinare gli sci, a ripulirli dopo il test, a sciolinarli di nuovo e così via fino a sera - ricorda Giorgio Vanzetta, oro a Lillehammer e da quattro anni ski-man -. La preparazione completa di uno sci da alternato richiede 30-40 minuti». I segreti delle scioline? «Abbiamo i nostri fornitori. Noi, però, proviamo nuovi miscugli». Una volta i norvegesi erano maestri, ma nella staffetta di domenica non ci hanno azzeccato.

Negli ultimi mesi prima dei Giochi, i fondisti italiani curano la preparazione in altura: in luglio ai 2700 metri di Park City (Usa), dal 24 gennaio al 3 febbraio ai 1800 metri di Livigno (200 metri in più della pista di Pragelato). Per Zorzi la dose è dimezzata. «In quota rischia di perdere le sue doti di esplosività», ha capito Chenetti. I risultati sono cronaca di due giorni fa.

«L'alchimia è riuscita. Siamo arrivati al massimo della condizione nel momento giusto. E' anche questione di fortuna». Non è finita. Da oggi a giovedì allenamento intenso e dieta dissociata: zero carboidrati fino al pranzo di giovedì, così l'organismo «si affama» e poi ne assorbe una quantità maggiore. Domenica si corre la 50 km. Poi sotto con Vancouver 2010.

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