FONDO NELLA STAFFETTA 4X10 L’ITALIA FA IL BIS DI LILLEHAMMER ‘94: ZORZI AL TRAGUARDO CON IL TRICOLORE
La fabbrica dell’oro
Tecnica e potenza, il treno azzurro vola E alla fine il coro: «I campioni siamo noi»
20/2/2006
Stefano Mancini
PRAGELATO. I quattro uomini d'oro cantano «i campioni dell'Olimpo siamo noi». Volevano una vittoria, è stato un trionfo.
Hanno irriso gli avversari. Altro che arrivo in volata: a 50 metri dal traguardo Cristian Zorzi è andato verso le tribune e ha fatto segno al pubblico di stare zitto («perché non avevo ancora vinto», spiegherà).
Il gruppo della staffetta di fondo alla Medal Plaza
Si è fatto consegnare una bandiera italiana, l'ha infilata con calma nel pettorale e a braccia levate ha tagliato passeggiando il traguardo. Gli altri, Germania e Svezia, sono arrivati 16 secondi dopo. I mostri sacri della Norvegia hanno beccato un minuto e 10.
Ecco come è finita la rivincita di Lillehammer '94, quando il quartetto azzurro beffò re Daehlie sul filo del traguardo, umiliandolo davanti al suo pubblico. La 4x10 km degli azzurri è perfetta nella sua semplicità: Fulvio Valbusa fa il lancio e cambia 5°, nella scia dei migliori. Giorgio Di Centa idem. Un pareggio nelle due frazioni a tecnica classica è la premessa di quanto avverrà.
Pietro Piller Cottrer, terzo staffettista, avrebbe il compito di fare il sarto, ovvero di ricucire lo svantaggio. Ma l'Italia è in anticipo sulla tabella di marcia e lui è in forma splendida: dà qualche strappo nel primo giro tanto per vedere che aria tira alle sue spalle.
Capisce che i norvegesi sono alla frutta e allora piazza l'allungo decisivo. Cristian Zorzi se lo vede arrivare tutto solo e quasi ci rimane male. «Non sapevo che fare. Avevo parlato con lo svedese Fredrikkson, eravamo d'accordo a correre insieme e darci una mano».
Capelli tra il rosso e il viola, «Zorro» si mette il cuore in pace e scia da solo. Il vantaggio aumenta: 24'' dopo 4 chilometri, 27'' a metà frazione, 31'' all'ultima salita, quasi 40'' sul rettilineo del traguardo. C'è tutto il tempo per assaporare a piccoli sorsi la gloria. «Se lasciamo uscire quello che abbiamo dentro, viene giù lo stadio» urlano i fantastici quattro. Alla vigilia erano tesi come corde di violino. Tensione positiva, carica nervosa che è esplosa nei muscoli.
Valbusa aveva litigato con un automobilista che non si spostava. «Fulvio, ti voglio così in gara» gli ha detto Piller. E Fulvio è stato così in gara: «Avevo scommesso che avrei concluso in testa la mia frazione. Mi tocca pagare. Ho anche promesso che sarei tornato in albergo con gli sci se avessi vinto. Questo lo faccio di sicuro».
Zorzi fatica a crederci: «Ogni tanto chiudevo gli occhi e li riaprivo, non capivo come mai il vantaggio aumentasse. Io sono uno da volate, non sono abituato ad andare via da solo». Un pensierino alla gara sprint di mercoledì? «No, un pensierino a festeggiare. Stasera tiro fuori tutti i trucchi di carnevale. Chi credevate che fosse quello mascherato da maiale che ieri sera ha baciato la Follis?». Via con le dediche. Valbusa: «A mia figlia Alice che ha disegnato papà sul gradino più alto del podio».
Di Centa: «A mia moglie Rita e alle tre bimbe». Piller: «A Roland Clara che ha saltato l'Olimpiade perché stava male». Zorzi: «Ai pochi che mi vogliono bene». Tutti insieme: «Al pubblico che ci ha trainato sulla salita del lupo». C'erano quasi diecimila persone lungo l'anello di Pragelato.
I telefonini squillano senza sosta. Ciampi parla con Piller Cottrer e invita gli staffettisti al Quirinale, Valbusa riferisce la sua chiacchierata con Berlusconi: «Mi ha confessato di essersi emozionato. Detto dal presidente del Milan...». Il ct Albarello fa un'altra convocazione: «Voglio tutti a Torino in Medal Plaza, lo staff tecnico, le ragazze, gli accompagnatori. Questa è la festa del fondo italiano».