L’ETERNO SECONDO: «CON MIA SORELLA C’E’ STATA SEMPRE GRANDE SOLIDARIETA’, LO STESSO SENTIMENTO CHE CEMENTA LA NOSTRA SQUADRA»
Sdoganato
Di Centa non è più il fratello minore
20/2/2006
Marco Ansaldo
PRAGELATO. «Sono convinto che nel mondo siano importanti anche le persone che sanno stare nell'ombra», dice Giorgio Di Centa. Tuttavia nei giorni scorsi gli era sorto il dubbio di essere rimasto l'unico a pensarla così.
Manuela Di Centa si complimenta con il fratello Giorgio
Quante volte, in vent'anni, era stato sul punto di uscire alla luce ed era stato ricacciato nell'angolo? Quando poteva agguantare una vittoria, era finito secondo. Quando era secondo, aveva concluso terzo. E domenica scorsa?
Prima gara olimpica: quindici chilometri a tecnica classica, poi quindici a skating, Di Centa è un maestro in quella roba lì, arriva davanti a tutti al fondo dell'ultima discesa, poi lo passano, per salire sul podio bisogna restare nei primi tre, lui è quarto, medaglia di cartone.
Dramma. In una famiglia come la sua, c'è da sentirsi sfigati a non arrivare mai primo in una gara importante. Manuela, sua sorella, vinse due medaglie d'oro, e altre tre meno nobili, nella stessa Olimpiade. Suo cugino Venanzio Ortis fu il campione europeo dei 5 mila a Praga nel '78.
Per lui un argento nella staffetta a Salt Lake City. Comunque secondo. «Sabato - confessa - ho chiesto a mia moglie e ai miei amici più cari: se torno a casa anche questa volta senza una vittoria mi volete bene lo stesso?».
Mah. Il personaggio è questo. Spontaneo, incantato. Forgiato da malanni che segnano l'anima.
Da bambino - rivela la sorella - soffriva di un'asma terribile. Doveva chiedersi come diavolo facessero gli altri a correre al prato mentre lui entrava e usciva dagli ospedali e non stava in piedi quando lo coglievano gli attacchi. Ci ha messo del tempo e non è guarito del tutto. «Ma quello che ha fatto oggi è un manifesto di speranza per i bambini che hanno quel problema», dice Manuela.
Giorgio è dunque un trentatrenne gentile che pare uscito dal mondo di Heidi, montanaro felice e per scelta, uno che vive in un piccolo paese della Carnia, Treppo, e per darsi una botta di vita si è comprato una baita in un posto ancora più isolato dove porta la moglie e le tre figlie. L'ultima l'ha chiamata Gaia. Perché crescesse allegra.
«Siamo gente semplice. Mio padre Gaetano ha fatto il fornaio per quarant'anni e nei ritagli di tempo insegnava a tutti lo sci da fondo. Ora ha quasi 80 anni, è un tipo tosto che ha ancora la slitta». Questa della slitta è una storia divertente. A Paluzza la prima domenica di settembre si fa il palio. Bisogna riempire le vecchie slitte con un quintale di legna legata con le corde e trascinarle per un chilometro.
Poi c'è la gara degli scalpellini e la sfida del «seon» in cui vince chi riesce a segare in meno tempo un tronco di faggio. Sembra di vedercelo, l'Heido tra i monti. «La mia passione - prosegue - è un trattore, che tengo a casa di mio padre. Lo uso per tagliare l'erba nei prati e il fieno, che neppure mi serve perché non ho bestie da sfamare, però in quel modo si tengono i campi puliti e poi si va a fare legna nei boschi». Sua sorella gli ha promesso un regalo per la medaglia d'oro. Può scegliere tra un attrezzo da palestra o un ricambio per il trattore.
L'alternativa è superflua. «C'è sempre bisogno di un ricambio - dice -, magari una fresa. Con il premio olimpico potrei comprarmela ma questa volta metterò i soldi in banca per quando la mia famiglia ne avrà bisogno». Insomma la storia di Giorgio sembra molto lontana dalle ambizioni e dallo charme che hanno spinto lontano Manuela, dalle medaglie di Lillehammer alla vicepresidenza del Coni e, dicono, a una possible candidatura parlamentare in Forza Italia.
«Mia sorella poteva essere una figura ingombrante - ammette Di Centa -, tra noi ci sono nove anni di differenza e io gareggiavo quando lei era ancora una campionessa di alto livello ma non mi sono mai sentito un fratello d'arte.
Lei ha avuto i suoi momenti di sconforto e le stavo vicino, come lei ha fatto con me come sorella e come sportiva, perché il fondo è duro e ti abitua alla solidarietà: il segreto per cui la staffetta è più forte della somma dei nostri valori è perché siamo cresciuti insieme e lottiamo l'uno per l'altro.
Altrimenti non avremmo superato le polemiche di Valbusa prima di venire qui, né potrei dividere da anni la camera con Zorzi, così diverso da me con quei capelli tinti.
E su quelli non sente ragioni». Finalmente ha rotto il ghiaccio. E' diventato il Di Centa che vince, in silenzio, senza la prorompenza di Manuela che doveva essere primadonna in una staffetta mentre lui ha fatto il gregario, «quello che doveva consegnare a Piller il testimone insieme ai primi, poi ci avrebbe pensato lui».