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Torino 2006
 SCI DI FONDO

IN ATTESA DELLE STAFFETTE NELLA NAZIONALE, E’ L’ORA DEI VELENI E IL CT ALBARELLO E’ NEL MIRINO

Tutti contro tutti

18/2/2006
Stefano Mancini



PRAGELATO. Ambiente tosto, il fondo. I panni sporchi si lavano in pubblico. Accuse, critiche, ci si dice tutto in faccia o a breve giro di posta.

La squadra rosa è obiettivamente da rifondare: Gabriella Paruzzi è giunta a fine corsa, le gare olimpiche vanno male, il vivaio è vuoto, la tecnica classica pare diventato un tabù nazionale.
Paruzzi
Gabriella Paruzzi

Oggi le ragazze corrono la staffetta, ma ancora si discute della 10 km di giovedì. «Come si fa a pensare di vincere una medaglia in tecnica classica?», si chiede il direttore agonistico Marco Albarello. La Paruzzi, che ci aveva pensato, si domanda al contrario come faccia il tecnico valdostano a parlare così: «Sono alla mia quinta Olimpiade, è così strano che punti al podio? Se in Italia mancano atlete di vertice, bisogna comunque dare fiducia a chi scende in pista.

Altrimenti non ne usciamo più, diventa un serpente che si mangia la coda». Le ragazze fanno blocco: «Tranne Salt Lake City, mai persa una staffetta olimpica». Sabina Valbusa: «Mi sento benissimo». Mezz'ora prima Albarello l'aveva data per raffreddata. «Forse ignora che sono guarita. D'altronde non lo vediamo mai. Meglio che chiediate direttamente a me come sto». Obiettivi? «Un anno fa ai Mondiali non ci aspettavamo nulla ed è arrivato un bronzo.

Ora siamo più convinte dei nostri mezzi». Paruzzi, 36 anni, e Valbusa, 34, sono le veterane del gruppo.

Con loro Arianna Follis (28) e Antonella Confortola (30), che stanno viaggiando con il freno a mano tirato: «Siamo deluse. Dobbiamo metterci più convinzione». Dopo la 10 km se l'erano prese con gli sci e la pioggia.

Uno ski-man le ha smentite. Oggi è previsto un bel freddo senza precipitazioni. La tecnica: Follis e Paruzzi nella frazione classica, Confortola e Valbusa in quella libera.

Il via alle 9,45, attenzione a Norvegia, Finlandia, Russia e Germania. Aggiunge la Paruzzi: «Non si vive del passato, però spero di aver dato un contributo importante al fondo e di aver lasciato un bel ricordo come persona e come atleta. Grazie allo sport sono cresciuta e maturata, è stata un'esperienza bellissima, ma non esiste soltanto lo sci. Non vedo l'ora di salutare tutti».
Magari con un'altra medaglia al collo. Altre scintille tra i maschietti.

Ieri a Pragelato, sotto una bufera di neve, si è disputata la 15 km. Miglior azzurro Fulvio Valbusa (13° come la Paruzzi giovedì). Nulla di scandaloso, visto che si ragiona in tecnica classica. Anzi, «Bubo» dovrebbe essere allegro perché ha vinto la concorrenza (34° Fabio Santus, 39° Valerio Checchi, 41° Cristian Saracco) per un posto nella staffetta 4x10 a tecnica mista di domani.
E invece sprizza veleno: «Ecco, ho dimostrato di stare bene.

Avrei meritato di correrla io la combinata del primo giorno. E' una prova in cui vado quasi sempre a podio». Replica di Albarello: «Non è colpa mia se altri si sono qualificati prima di lui». La gara è stata vinta dall'estone Andrus Veerpalu come 4 anni fa ai Giochi americani. Argento al ceco Lukas Bauer e bronzo al tedesco Tobias Angerer. Partito piano (21° ai 5 km), Valbusa ha recuperato nel finale. «Bubo», come lo chiamano i compagni, è un temperamentale: un mese fa in Val di Fiemme lasciò il ritiro della Nazionale sbattendo la porta.

Aveva discusso dei criteri di selezione e della sua esclusione dalla staffetta in Coppa del mondo. Chiese scusa il giorno dopo, altrimenti i Giochi se li sarebbe visti in televisione.

Quel giorno al suo posto fu schierato Valerio Checchi, che adesso accetta sportivamente l'esclusione: «Fulvio merita il posto. La mia Olimpiade termina qui». Valbusa, 37 anni, chiuderà la carriera a Torino 2006. Domani sarà il primo staffettista di un quartetto che sogna di ripetere l'oro di Lillehammer '94.

Insieme con Di Centa, Piller Cottrer e Zorzi la squadra è fatta. L'ex ct Alessandro Vanoi, oggi responsabile tecnico delle piste di Pragelato, ricorda un retroscena di quell'impresa: «Il problema era convincere De Zolt a fare il lancio (la prima frazione, ndr). Nessuno poteva ordinargli che cosa fare. Allora cominciammo a prenderlo in giro dicendo che non era in grado di tenere il passo degli avversari con il passo alternato. Si arrabbiò e pretese di essere il primo frazionista». Anche allora si litigava. Buon segno.

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