DOPPIETTA SVEDESE: TRIONFO NELLE STAFFETTE SPRINT, 18 ANNI DOPO L'ULTIMO ORO
Bellezze di Svezia
L’ultimo successo lo aveva ottenuto Svan nel 1988 a Calgary
15/2/2006
Stefano Mancini
PRAGELATO. Due medaglie d'oro assegnate in venti minuti. Mica per niente si chiama sprint. Tutto è veloce, frenetico: il ritmo gara, l'alternarsi degli staffettisti, il lavoro degli ski-man che ridanno la sciolina tra una frazione e l'altra (meno di tre minuti), mentre i massaggiatori rimettono in sesto alla meglio muscoli carichi di acido lattico.
Anna Dahlberg e Lina Andersson
In questa specialità del fondo ogni atleta corre alla morte per un giro di 1300 metri, poi dà il cambio, quindi tocca di nuovo a lui per un totale di sei giri. Due medaglie d'oro (femminile e maschile) entrambe alla Svezia, Paese di grandi tradizioni fondistiche per motivi che uno dei vincitori, Bjoern Lind, sintetizza così: «Ho scelto questo sport perché dalle mie parti c'è molta neve».
La stranezza, piuttosto, è che la Svezia l'ultimo oro olimpico nel fondo l'abbia rimediato nel 1988 a Calgary. Fu il «cigno bianco», al secolo Gunde Svan, a battere nella 50 km l'azzurro Maurilio De Zolt e a concedere il bis in staffetta con Oestlund, Wassberg e Mogren. Poi la crisi: bronzo di Majbaeck nella 15 km di Albertville '92, argento di Mogren nella 50 km a Nagano '98 e stop.
In campo femminile, per trovare un successo bisogna risalire addirittura a Grenoble '68 con Tanja Gustaffson (due ori). In staffetta l'ultima volta è legata ai Giochi di Innsbruck del '64.
La presenza azzurra di ieri è riassunta nelle parole di Freddy Schwienbacher: «Abbiamo partecipato». Una prestazione dignitosa, ma tutt'altro che esaltante. Le due coppie azzurre si qualificano per la finale a dieci. Arianna Follis e Gabriella Paruzzi chiudono al settimo posto, Schwienbacher e Giorgio Di Centa al nono.
Il podio non è mai a portata di tiro. Ci prova Di Centa a dare un po' di sprint nelle prime due frazioni, finché gli scandinavi non decidono di prendere il volo. Alle spalle di Fredrikksson e Lind si piazzano i norvegesi Svartedal e Hetland, quindi i russi Alypov e Rotchev.
In campo femminile: Dahlberg-Andersson, a seguire le canadesi Scott (moglie del discesista Thomas Grandi, di origini triestine) e Renner (sfortunata: ha spaccato un bastoncino e perso secondi preziosi), le finlandesi Saarinen e Kuitunen.
Grande sconfitta è la Norvegia. Marit Bjorgen conferma di trovarsi in un precario stato di forma e chiude quarta con Ella Gjoemle.
Smaltito lo stop di cinque giorni imposto dal Cio dopo un controllo antidoping, ha gareggiato anche la tedesca Evi Sachenbacher (quinta in coppia con Viola Bauer): malgrado il soggiorno in altura cui gli atleti sospetti di solito attribuiscono i valori sospetti, il suo livello di emoglobina è tornato nella norma.
«Non abbiamo trovato la botta di fortuna che speravamo - commenta Di Centa -. Anzi: da sorteggio ci è toccata la seconda semifinale. La Svezia è fortissima, però ha affrontato una qualificazione facile e ha avuto venti minuti in più per recuperare».
Altro rammarico dell'azzurro: «C'è poco pubblico, il Toroc ha imposto prezzi troppo alti.
Alcuni amici hanno rinunciato perché è troppo complicato arrivare qui con treno e navetta». Schwienbacher pensa alla prossima: «Mi rifarò nello sprint individuale, che è a tecnica libera».
Arianna Follis ammette la resa («Le altre andavano troppo forte») e rimugina ancora sulla gara di domenica scorsa: «Avevo cominciato bene, tenevo il ritmo delle prime. Poi sono crollata. Non ci sono altre spiegazioni».
Gabriella Paruzzi lamenta stanchezza: «Due giorni fa stavo benissimo, adesso mi sento giù. Toccherà al massaggiatore Eric rimettermi in sesto per la 10 km di mercoledì. Ci tengo parecchio».