

| SESTRIERE. Uno che alla vigilia della discesa più importante della carriera manda il proprio manager a parlare con i giornalisti non deve essere esattamente sereno e tranquillo come vogliono farci credere che sia Giorgio Rocca, a poche ore dallo slalom salvavita dello sci italiano. E' come se Tyson, prima di un match in cui si prendono le botte, avesse affidato il racconto delle proprie aspirazioni a Don King o Del Piero ai fratelli Miyakawa.
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| Giorgio Rocca |
C'è chi regge alle pressioni e chi cerca in tutti i modi di tenerle lontane: Rocca appartiene evidentemente a questa seconda categoria forse perché è la prima volta che gliene sono piombate addosso in quantità industriale. Non c'è abituato. Finora ha intascato soltanto il buono della popolarità. Lui, che dopo una vittoria in Coppa chiamavano alla «Domenica Sportiva» per farlo parlare due minuti del Milan in fondo alla trasmissione, è comparso negli ultimi tre mesi nei programmi e sulle prime pagine di tutta Italia e di una parte del mondo, tranne negli Stati Uniti dove non se lo filano proprio.
Ha posato nudo e vestito, da solo e con Valentino Rossi, sulla copertina di mensili non proprio sportivi come Men's Health a su quella di un «magazine» che porta una sfiga terribile e peccato che non l'abbiano avvertito. E' stato ospite da Fabio Fazio e nelle radio private, ha sostituito sul casco la pubblicità assolutamente gratuita di Emergency con quella della Valtellina che gli paga 250 mila euro all'anno, la maglietta con l'appello per la liberazione di Giuliana Sgrena con le pecette delle 14 aziende che si sono affidate a lui come testimonial, dalle auto alle bevande energetiche.
In pochi mesi Rocca è diventato un veicolo pubblicitario come tutti i campioni che lo circondano, si è circondato quanto e più di loro di attachè e di manager, inclusa la moglie Tania che ieri, mentre lui stava chiuso in albergo immerso nei propri pensieri e tra le mani del massaggiatore, ci dicono trattasse con il presidente federale Coppi altre questioni di sponsor. Era inevitabile che finisse così. La divizzazione è una brutta bestia ma rende, e Giorgio Rocca più di altri protagonisti dello sport, è riuscito a viverla fino al 10 febbraio con il suo sguardo intelligente e i suoi interessi non banali, con i pensieri di uno che disse di rimpiangere di non essere nato a Firenze «perchè sarei meno ignorante in fatto di arte»: il residuo del Rocca passato per dieci anni di sofferenze e sfortune, dal giorno del 1996 che si sfasciò il ginocchio a Flachau, all'esordio in Coppa del mondo, e tutti si disse, «ecco un campioncino rovinato».
Di tutto e di più. Poi è cominciata l'Olimpiade a presentare il conto. I suoi avversari sorridono, lui si nasconde, schiacciato dalla responsabilità di dover vincere la sua gara davanti ai suoi tifosi. «E' tranquillo, non avverte nessuna pressione», diceva ieri il manager mandato a combattere per lui nella palude dei media. Quando si è girato stava per battere il naso contro la parete: gli si era allungato moltissimo. Per la prima volta nella sua vita Rocca ha chiesto di scomparire, è andato lontano ad allenarsi, tra Bielmonte e Pila, su nevi diverse dal Sestriere e quando è tornato qui si è messo sotto la protezione dei carabinieri suoi commilitoni che lo scortano ovunque in camionetta, a coppie, uno che tiene lontano i curiosi, l'altro che gli evita la rottura di passare attraverso i metal-detectors.
Lui, il bel parlatore, ha implorato il silenzio, benché l'altro giorno sia scivolato su una buccia di banana affidando alla «Gazzetta» la rivelazione che si sente il favorito. «Ho vinto cinque slalom quest'anno e sciando in questi giorni ho ritrovato le buone sensazioni di un mese fa. Voglio l'oro». Benissimo. Lo vogliono tutti. Di figuracce lo sci alpino ne ha raccolte abbastanza in questa Olimpiade, nonostante il presidente Coppi dica che si dovrebbe essere contenti della prima manche di Nadia Fanchini nello slalom gigante, e guardate gli americani che erano venuti qui per sfasciare il mondo e vedete cosa hanno raccolto.
Due medaglie d'oro, presidente, con Lagety e la Mancuso. Rocca sa tutto questo. Non è il salvatore della Patria ma non è nemmeno un cretino. Su questa pista si è divorato una medaglia almeno di bronzo, sette centesimi persi scendendo frenato nella combinata, ma non è più tempo di calcoli: quando venne al Sestriere a metà gennaio per provare la «Giovannino Agnelli» disse che non era difficile «ma è veloce e se sbagli non hai il tempo per recuperare».
Un pendio immediato di una quarantina di metri, un primo muro, poi un secondo importantissimo perchè è lì che si ottiene la velocità con cui si arriva al fondo. Sceglierà con cura uno dei 15 paia di sci da 165 centimetri preparati da Brugger, ascolterà in cuffia «Albachiara» di Vasco Rossi e qualcosa di Ligabue. Alle 15, scendendo con il pettorale numero 1, affronterà la storia. La sua storia. «Se devo scommettere su qualcuno, oltre a me, dico Ligety», ha mandato a dire. Speriamo che sia buona la prima opzione. |