L’ALTOATESINA, BRONZO IN SUPERG A SALT LAKE, RACCONTA IL SUO CALVARIO
Putzer: mi hanno lasciata sola ma ai Giochi risorgerò
«Per me è un sogno essere alle Olimpiadi Il dolore all’anca è passato, ci proverò»
8/2/2006
Daniela Cotto
Ha ritrovato il sorriso, Karen. È successo a Cortina, a fine gennaio dopo la gara di supergigante, una delle sue discipline preferite quando era «sana». Senza allenamento, dopo tre settimane di stop forzato, è riuscita a strappare un 22° posto che per lei aveva la stessa importanza di una vittoria: ora la Putzer ci riprova. Alle Olimpiadi invernali di Torino, sulle piste della Val Susa.
Karen Putzer
Guardando sciare questo scricciolo filiforme dal talento cristallino alto solo 1,61 ci si chiede come possa competere con la Kostelic, la Paerson o l’americana Kildow che paragonate a lei sono delle corazzate, veri e propri «armadi» fatti di muscoli.
Già, Karen come fa? C’è una diversità fisica incredibile tra lei e le prime della classifica di coppa. «Tre anni fa in gigante ero arrivata dove sta adesso la Paerson. Cioè tra le prime. Ai Giochi di Salt Lake City ho vinto il bronzo in superG nella gara che consacrò la Ceccarelli. Ai Mondiali di St.Anton ho vinto l'argento in gigante e il bronzo in combinata. Quindi, qualcosa ho fatto anche se non sono grossa e potente come loro. Poi ho iniziato il calvario con il problema all’anca. Ritornavo, ricadevo, stavo ferma e poi tornavo. Alti e bassi senza la certezza di potercela fare. Non è stato facile, mi creda».
Come sta adesso? «Meglio. Ho fatto una terapia intensiva, non ho sciato per tre settimane e ho ripreso a Capodanno».
Come affronta i Giochi? «Ora guardo tutto in modo diverso e mi godo ciò che la vita mi riserva. Qualche settimana fa era già un sogno arrivare a Torino. Ero in ospedale a Bolzano in terapia per l’anca. Avevo una rabbia incredibile. Per fortuna i medici mi hanno dato l’ok. Sono uscita dall’ospedale e ho ripreso le gare. E adesso sono qui. Mi sembra un sogno. Ho voglia di sciare, di far bene e di riprendermi ciò che avevo».
Chi parte favorita tra le donne? «Vedo molto bene la Contreras. Ha dimostrato che anche una spagnola può battere austriache, svedesi, tedesche e croate. Visto? Questa è la dimostrazione che loro non sono imbattibili. Rienda ha costruito il suo stato di forma con un grandissimo lavoro e soprattutto ha a disposizione uno staff. Una bella differenza...».
È un attacco al modo di lavorare con la Nazionale? «No, però... la spagnola ha avuto continuità. Noi invece abbiamo dovuto sopportare troppi cambiamenti. E questo turn-over non aiuta le atlete. Lei si è allenata così, le austriache sono un caso a parte perché lo sci è il loro sport nazionale, la Paerson ha tutto a sua disposizione...».
C’è amarezza nelle sue parole. Come ha affrontato questo calvario? Non è facile per un’atleta della sua età attraversare un momento così delicato. «Nello sport non esiste solo il successo. Il dolore, cioè quello che ho provato io, è il rovescio della medaglia. Nei momenti difficili hai bisogno di persone che ti aiutano e di medici di fiducia. Io ho avuto ottimi dottori, la mia famiglia e i miei amici. Gli altri... lasciamo perdere. In questa situazione hanno solo saputo dire che ho un brutto carattere».
Si spieghi meglio. «Mi hanno criticata moltissimo. Quando hai successo scatta l’invidia. Quando stai male, diventano velenosi. Invece di aiutarmi mi hanno lasciata sola e hanno iniziato a dire che ho un brutto carattere. Insomma, se avevo male all’anca era colpa mia. Ma ho sempre superato tutto. Grazie alla mia grinta».
Lei è un’accanita lettrice e una fans di Giorgio Faletti. Che libro metterà in valigia per le Olimpiadi? «Di sicuro il romanzo che sto leggendo sulle catastrofi naturali. Interessantissimo. E poi dovrò scegliere tra un romanzo di Grisham e qualche storico. Mi piacerebbe incontrare di nuovo Faletti. Divoro i suoi libri e di persona è simpaticissimo».
E Rocca? «Incrocio le dita. Spero che vinca l’oro. La iella si è accanita su di lui negli ultimi due slalom di coppa del Mondo. Ma la fortuna tornerà dalla sua parte. Ne sono sicura».