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Torino 2006
 PATTINAGGIO DI VELOCITA'

FABRIS OTTAVO NEI 10 MILA VINTI DALL’OLANDESE DE JONG

Uomo spot

25/2/2006
Giulia Zonca



TORINO. I diecimila metri sono fatti apposta per pensare. Sul ghiaccio sono lenti, durano più di 13 minuti, il tempo in cui Enrico Fabris capisce che qualcosa è cambiato. Il tempo di sentire il tifo «Enrico Enrico» da una doppia fila di italiani ricoperti di bandiere, una curva azzurra sopra una pista lunga.
Enrico Fabris
Enrico Fabris

Mai visto prima. L'Oval è sempre arancione, il tabellone invita a sostenere la «Dutch fanfara» e gli olandesi applaudono a ogni giro i campioni di qualsiasi nazione, stavolta però scandiscono il nome di Fabris, chiaro, un coro organizzato, non solo sostegno da innamorati del pattinaggio veloce.

Agitano le parrucche, tifano per le tre medaglie vinte, per i due ori e il bronzo anche se la distanza è proibitiva e il re delle Olimpiadi è stanco: «Giù di gas».

Chiude ottavo mentre Bob de Jong porta un primo posto «a un pubblico da cui c'è solo da imparare, noi italiani non abbiamo neppure sospeso il calcio durate i Giochi a Torino, forse ci si poteva pensare».

Chad Hedrick porta a casa un argento, tre podi anche per lui, uno per gradino anche se era venuto per salire sul più alto 5 volte e gli tocca spiegare perché non ci è riuscito: «Semplice, la mia pattinata non era perfetta, sono felice, sarebbe stupido non esserlo però mi sembra di aver perso per strada due medaglie o tre».

E qualche urlo: nella prima gara all'Oval, i 5000 metri vinti dal texano, lo cercavano, lo guardavano, seguivano la sua doppia spinta battendo le mani. Ieri no, c'è un nuovo re sulle lame. Enrico Fabris ringrazia, giro d'onore sulla corsia di scorrimento con le braccia alzate, non è mai entrato in gara, ha stabilito il record italiano e pesa poco perché i tempi prima di lui non erano da competizione. Eppure appena si è allungato sulla sedia aveva intorno tutti gli addetti alla pista, uno staff che aggiornava i secondi sulle lavagne e gli altri allenatori a dare pacche.

Una celebrità dentro e fuori da quel palaghiaccio. Ha un fan club, stringe tra le mani una maglietta bianca che gli hanno buttato dagli spalti, c'è scritto «Re Enrico» sotto un tricolore: «Buffo, fino a qui gli unici a seguirmi erano quelli di Roana, parenti e amici, non ho mai avuto tifosi che non conoscessi di persona. Mi spiace per i 10 mila metri, potevo affrontarli più aggressivo, ma non avevo la gamba. Per darmi un 10 pieno avrei dovuto fare meglio qui, ma è stata una grande Olimpiade.

Domani torno a casa e mi aspetta un festone, credo si sia mobilitato tutto il paese». Lo aspetta un manager, ora che anche i giapponesi lo invitano ai talk show e l'Herald Tribune usa un'intera pagina per celebrarlo, serve qualcuno che gestisca questa immagine diventata famosa.

Arrivano gli sponsor («Però mi metterò al tavolo dopo la Coppa del Mondo del prossimo fine settimana, in Olanda»), arriva Sanremo. L'invito è per tutti i medagliati solo che Fabris potrebbe anche esibirsi «vediamo, non me la sento tanto, non sono abbastanza bravo, magari non si ricordano più che suono».

E’ una settimana che l'Italia parla di lui. I volontari chiedono autografi, il cellulare squilla e la gente vuole foto. «Prima non ho avuto il tempo di pensarci, quattro gare, gli allenamenti, le cerimonie, andava tutto veloce, poi su questa pista mi sono reso conto. Pensavo che non ero in grado di dare un'accellerata a metà percorso, sarei scoppiato, ho spinto alla fine e ho recuperato due posizioni, era il massimo per me e mentre valutavo le mie forze o sentito il mio nome, non incitamento, proprio il nome».

 Lo ripete anche l'inviato del New York Times, «Enrico Fabris?» e gli punta la biro contro per bloccarlo e ripartire: pensa che ora il pattinaggio veloce diventerà importante in Italia? Tutti gli stranieri fanno questa domanda, chiedono come è possibile venire fuori senza una tradizione e senza seguito e il re spiega serio.

Racconta di Roana, di casa, della pista naturale, della fatica, poi di colpo si ferma e aggiunge i nuovi capitoli: il fan club, il suo nome scandito dentro i cori e sugli striscioni. Mette insieme i pezzi di una vita nuova, intravista mentre pattinava dietro 10 mila metri infiniti e rumorosi come mai prima.

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