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Torino 2006
 PATTINAGGIO DI VELOCITA'

1500 METRI CON UN FINALE DA URLO, HA AGGUANTATO IL PRIMO POSTO CHE NESSUNO DEGLI AVVERSARI È RIUSCITO PIU’ A TOGLIERGLI

Come te nessuno mai

Sul ghiaccio esplode un fulmine d’oro
Fabris da sogno, è la stella dei Giochi

22/2/2006
Pierangelo Sapegno



TORINO. Il colpo di fucile è partito a duecento metri, «forse addirittura a cento», come dice lui, alla fine, quando gli chiedono di raccontare, di spiegare l'ultimo miracolo dei poveri, quella rasoiata che l'ha portato a rimontare tutti e a passarli come il vento, uno in fila all'altro, spargendo secondi nella polvere: quattro in un colpo solo a Lalenkov, tre a qualcun’altro, uno e qualcosa a Davis, un altro a Hedrick, i due americani grandi favoriti della vigilia.
Enrico Fabris
Enrico Fabris


Enrico Fabris sembra il colpo di fucile di Carabina Quigley, un proiettile che attraversa l'aria come un sibilo che si perde in lontananza e ti lascia l'illusione di non raggiungerti, e poi colpisce quando sei già quasi sparito all'orizzonte.

Ha vinto l'oro così, rimontando di nuovo le speranze e le incredulità degli altri, riavvolgendo il nastro dall'inizio, come in una magia, come era riuscito a fare con il bronzo dei cinquemila metri e con la staffetta del primo trionfo azzurro con il pattinaggio veloce. Sono tre medaglie, le sue.

E' la vera stella di queste Olimpiadi, un ragazzo di paese timido e umile, che dice solo che l'unica cosa che lo spaventerebbe davvero sarebbe quella di cambiare. Adesso, a fare la conta può darsi che non sia finita. Ci sono ancora i diecimila: questa volta siamo noi che ci facciamo un pensierino. Lui dice che no: «Farò una passerella. Così, per ringraziare tutti».
Quelli da ringraziare, ieri dovevano essere a casa.

L'Oval del Lingotto era strapieno come non l'avevamo mai visto in tutti questi giorni: però, nonostante i successi del pattinaggio, italiani ce n'erano tanti che stavano a malapena in un pugno. Era pieno di americani, norvegesi e olandesi che ci ossequiavano di qualche tricolore tanto per non farci sentire stranieri. Alla fine, anche loro, soprattutto loro, scalderanno il Palaghiaccio per Fabris. Perché anche loro sono rimasti come noi.

Di ghiaccio. Increduli. Non è stata la sua partenza (abbastanza al rallentatore), che ha colpito. Ma il suo arrivo, il suo finale, quel colpo di fucile. Dopo trecento metri, Fabris aveva ventidue rivali davanti e appena 17 dietro, e dai primi portava un distacco che cominciava a sfiorare addirittura il mezzo secondo: una distanza che pareva già abissale. Il suo tempo era di 24,42 (Davis: 23,62; Chad Hedrick 23,97).

Ai settecento metri, all'incirca a metà gara, aveva rimontato solo due posizioni, era salito al ventunesimo posto, ma in compenso aveva accumulato un secondo e mezzo su Davis Shani (1,51 per l'esattezza) e uno e 16 centesimi da Hedrick (Fabris: 51,10; Davis 49,59; Hedrick 49,94).

Ai millecento, al terzo rilevamento, la sua rimonta era cominciata, ma non era ancora partito davvero. Era come se avesse soltanto caricato il fucile. Era risalito all'undicesimo posto, ma aveva davanti ancora tutti i più forti, i grandi favoriti della gara e non solo loro.

Il russo Lalinkov, ad esempio lo sopravanzava di un secondo e 30, Davis di uno e 28 centesimi, e un po' meno Hedrick, che cominciava a cedere (Fabris: 1,18 e 24; Davis: 1,16 e 96; Hedrick: 1,17 e 50). Ma in questo momento è partito quel colpo di fucile, e Carabina Quigley ha fatto fuoco. Alla fine noi guardavamo il tabellone e non riuscivamo a capacitarci di cosa fosse successo. Lalinkov che era davanti, era finito a 3 secondi e 3 dietro. Ma com'era possibile?

E invece era vero. Li aveva ripresi tutti e lasciati lì, come se fosse partito solo allora, mentre gli altri annaspavano dopo un chilometro di corsa. Quando, alla fine della corsa, glielo chiederanno, lui risponderà soltanto che non fa mai nessuna tattica, che non è che decide prima di partire piano e finire veloce, ma che lui è fatto così, quella è la sua caratteristica. Il padre Valerio dice che «è un diesel, uno che viene fuori alla distanza».

Però, a vederlo, in quella rincorsa folle, piegato a guardare davanti, sempre davanti, mentre mulinava vorticosamente le braccia, sembrava qualcosa più di un diesel. Appena finito, s'è messo lì ad aspettare, nella postazione degli atleti a cento metri dall'arrivo.

Sugli spalti gli olandesi cantavano e ballavano come se stesse vincendo uno di loro. Lui fino a che non è toccato a Chad Hedrick, il grande favorito della serata, non ha fatto una piega. Ha ripreso le forze e qualche sospiro, come se avesse già fatto il suo e quello che poteva succedere lì non lo poteva più riguardare, togliendosi il sudore con l'asciugamano e levandosi gli occhiali da marziano che portava addosso per correre.

Il cuore deve aver cominciato a scoppiargli dopo, mentre Chad Hedrick nel boato del palazzetto e tutt'a un tratto lui se lo vedeva risucchiare nel suo tempo, divorato anch'egli da quella fucilata.
E' lì che è esplosa la tensione, perché quando Chad è arrivato e gli doveva 25 centesimi, attorno a lui hanno cominciato ad abbracciarlo, e Enrico s'è sciolto.
Ha aspettato che arrivasse il turno di Davis, coprendosi il volto con le mani, sperdendo lo sguardo lungo la pista, togliendosi e rimettendosi gli occhiali, e in certi momenti restando come impietrito di fronte a tutto quello che gli stava rotolando addosso. Poi Shani Davis è partito e il boato che è durato quel minuto e 46 secondi e 13 centesimi ha accompagnato soltanto il suo urlo.

Ce l'aveva fatta, di nuovo, e di nuovo dovremmo scrivere che è l'ennesimo miracolo dei poveri, che anche a queste Olimpiadi hanno vinto quelli che non chiedono niente, dovremmo scrivere che lui sarà il simbolo di questi giorni. Dovremmo. Ma non c'è più tempo. E' andato via veloce come un razzo.
Un colpo di fucile. Ecco cos'è stato.

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