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Torino 2006
 PATTINAGGIO DI VELOCITA'

DOPO IL TRIONFO: «LA SUA IMPRESA DI ATENE MI HA INSEGNATO IL CORAGGIO»

Fabris: ho imitato Baldini

22/2/2006
Pierangelo Sapegno



TORINO. E' così semplice che non sembra vero. «La mia unica paura? Quella di cambiare».
Enrico Fabris
Enrico Fabris

E' così imperturbabile che uno gli chiede ma perché. E lui, «perché non me ne rendo ancora conto» dice, e che sarà così per un po' «perché sono fatto in questa maniera, non mi posso cambiare», e poi si ferma, prima di soffiare appena che solo quando tornerà in montagna si accorgerà di quello che ha fatto, «il giorno che me ne andrò da solo nei boschi vicino a casa, allora ci penserò sopra».

Qualcuno gli ha detto che gli italiani da oggi sono un popolo di santi, navigatori, poeti e un pattinatore. Gli ha telefonato il presidente del Consiglio Berlusconi («Lei è già nella storia: si renderà conto un giorno di quello che ha fatto»), lo chiamerà Ciampi, ci sono mamma e papà che aspettano.

Jaap Bliembergen, di Amsterdam, giornalista della radio, ci chiede se lui, Enrico Fabris, la star di queste Olimpiadi, «era molto famoso da noi».

Veramente no. Lo guardiamo in tralice. Non sappiamo come confessargli la nostra ignoranza. E da voi? «Da noi è molto popolare».

Ma com'è andata? Ti rendi conto d'aver fatto un'impresa?
«Non ho parole. Che cosa posso dire? Il sogno continua, non finisce più. Anche in questa gara ero partito male. E poi come al solito ho rimontato».

Però come hai fatto? Hai concentrato tutte le tue risorse alla fine per sparare gli ultimi metri?
«Io corro così. Questo è il mio modo di correre. Ho fatto semplicemente quello che faccio sempre».

Secondo i tuoi calcoli quando hai superato Davis?
«Penso negli ultimi duecento metri. Anzi se avessimo corso insieme, fianco a fianco, credo che lo avrei preso nei duecento e sorpassato addirittura negli ultimi cento».

Lo sai che Davis e Hedrick sono molto rivali fra di loro?
«Sì, ho sentito, ma non so...».

Credi d'averci guadagnato dalla loro rivalità? Nel senso che magari si sono indeboliti fra di loro...
«No, non credo. Non c'entra niente. Questa è una gara di uno contro tutti, come tutte le gare individuali. Non ci sono giochi di squadra, non ci sono alleanze».

Quando sei stato sicuro d'aver vinto?
«Io non ero sicuro mai. Anche quando vedevo che i tempi degli altri erano dietro, ce n'era rimaneva ancora sempre qualcuno che doveva correre. Non potevo pensare d'aver vinto fino all'ultimo».

Però, abbiamo visto che dopo il tempo di Hedrick ti sei abbracciato con i tuoi compagni...
«Sì, è vero. Ma perché avevo battuto uno forte».

Avevi più paura di Hedrick o di Davis?
«Tutt'e due. Forse un po' più di Davis, perché è molto in forma a queste Olimpiadi. Però, lui è uno che parte troppo veloce, e allora speravo che potesse diminuire alla fine».

Sei diventato più ricco di Tomba e di Eugenio Monti, due simboli italiani delle Olimpiadi invernali, lo sai?
«In che senso? Se si riferisce alle medaglie, è una grandissima soddisfazione, so che sono alla pari con i campioni più famosi. Che posso dire? E' un onore».

C'è qualche dedica da fare?
«A mio padre, che mi ha insegnato tutto. Alla mia famiglia, che è una bella famiglia».

E qualche ringraziamento?
«Il mio allenatore, Maurizio Marchetto. Tutta la squadra. Siamo un bel gruppo, compatto, al di là della vittoria nella staffetta. Penso che possiamo davvero costruire qualcosa per il futuro».

Qual è lo sportivo che hai ammirato di più?
«Stefano Baldini. Io mi sento molto vicino a lui. Vengo dalla provincia come lui, quando lo vedevo correre ad Atene, pensavo al sudore che ci aveva messo, alla sua voglia, al suo coraggio. Speravo un giorno di fare una cosa come quella che ha fatto lui. Adesso mi sento un po' più vicino a lui».

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