

| TORINO. Si vince sempre così, quando nessuno se l'aspetta e sei l'unico a crederci, perché l'Olimpiade, in fondo, è una metafora della vita, della nostra eterna rincorsa a una rivincita che non arriva mai. Si vince così, come Enrico Fabris, Matteo Anesi e Ippolito Sanfratello, partendo a tutta all'inizio e conservando alla fine quel che resta, un respiro di più, una luce oltre la siepe, la forza di crederci ancora.
Si vince prendendo un treno che passa, uno sguardo dal cielo, un colpo di
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| Fabris, Anesi e Sanfratello | fortuna, perché prima o poi passa per tutti un treno, anche per i comuni mortali come noi o come i nostri ragazzi del ghiaccio, un drappello così esiguo che non può riempire nemmeno un campetto di periferia. Nel pattinaggio veloce, questo strano sport con le ali ai piedi e la testa bassa che guarda avanti, è arrivata la seconda medaglia d'oro per l'Italia, che in questa disciplina fa 80 praticanti in tutto, tanti quanti passano in un'ora dentro a un bar qualsiasi a prendersi un caffé.
C'è arrivata volando sul ghiaccio, con i secondi sul tabellone che volavano insieme, anche loro in braccio ai nostri, e con i canadesi che scivolavano indietro a ogni mezzo giro, un secondo, e un secondo e 40, e due, e poi quasi tre, mentre pure sugli spalti cominciavano a crederci e il commissario tecnico Maurizio Marchetto, rannicchiato sul rettilineo dell'arrivo, gli faceva persino cenno di star calmi, ai tre che filavano, di non tirare a tutta: «Eh, in questo sport basta un niente per perdere quello che hai già vinto».
Però, come ha raccontato Matteo Anesi, il fatto è che loro erano sicuri, che «noi non abbiamo mai avuto paura nella finale, non abbiamo mai dubitato, non abbiamo mai pensato un attimo che potevamo non farcela. Noi avevamo paura della semifinale. Perché se non passavi lì, rischiavi di perdere tutto, anche una medaglia, non solo l'oro, e perché avevamo di fronte i più forti, gli olandesi. Poi avete visto com'è andata. Noi pensiamo che avremmo vinto lo stesso, che eravamo in rimonta. Ma il cielo ci ha dato una mano e non ce n'è stato bisogno». Perché il treno è passato quasi due ore prima, come un appuntamento, alle cinque della sera, o poco dopo.
Nella semifinale erano di fronte l'Olanda e l'Italia. Gli olandesi sono campioni del mondo, sono i grandi favoriti. Ha un bel dire Marchetto che loro temono i norvegesi, lo fa per buttare fumo negli occhi, per far star calmi i ragazzi, per dirgli, a modo suo, che quelli in fondo possono batterli. L'Olanda parte a razzo, ma non troppo, perché gli azzurri restano in gara, perdono al massimo un secondo e mezzo. Poi quando cominciano a rimontare e sono a un secondo e un centesimo, succede all'improvviso che gli olandesi si aggrovigliano e vanno giù.
Perché è vero, come dice Fabris, che loro vanno a 50 all'ora quando vanno piano, che questo è uno sport da matti. Ma è anche vero, che non basta andar veloce, e ci vuole pure la giusta dose di fortuna. Come in tutto nella vita. Quel ruzzolone spalanca le porte della finale, e non solo. Forse ha ragione Sergio Anesi, il padre di Matteo, che dice che gli orange hanno pagato la tensione, «anche noi eravamo caduti in una Coppa del Mondo più o meno alla stessa maniera: erano in testa, gli hanno detto che gli italiani rimontavano e basta un piccolo errore, un refolo, un attimo. Stanno viaggiando a 60 all'ora in equilibrio su delle lame, ci vuole niente per cadere».
In quel momento, al termine della curva, c'era Kamper che guidava il terzetto e che stava dando il cambio a Verheijen, e sarà pure successo come dice lui, che non se n'è nemmeno accorto, o come ha spiegato Wennemars, l'unico che è rimasto in piedi, che «deve aver toccato qualcosa, dev'essersi inciampato su uno di quei coni che sono lì a delimitare la pista». Kamper è scivolato all'interno e ha falciato Verheijen, mandando a gambe all'aria «il sogno che vedevamo vicino, il lavoro di un anno, e di una vita. Non credo che ci avrebbero rimontati. Ma nessuno adesso può più dirlo. Né in un senso né nell'altro».
Così, alle 7 meno 5 è volata via la finale: Italia contro Canada. E alla fine, hanno vinto questi ragazzi che non sanno più cosa dire: Enrico Fabris con la sua passione per l'heavy metal, Matteo Anesi che dicer a suo padre di portargli una chitarra il giorno della finale perché se no non riesce a rilassarsi, e Ippolito Sanfratello che vendeva pattini per la MGM fino a 4 mesi fa, quando l'hanno chiamato perché rendeva poco: «mi devo allenare per le Olimpiadi», ha risposto. Gli hanno detto che a loro non serviva un agente che doveva allenarsi per le Olimpiadi. Così è a piedi da quattro mesi: «Adesso manderò un curriculum in giro».
Ci metterà medaglia d'oro a Torino 2006, fra le referenze. Magari, ora troverà pure qualche raccomandazione. I soldi, invece, mica tanti. Centotrentamila euro a testa, hanno vinto. Che cosa ci farete?, gli hanno chiesto. Anesi ha risposto «non lo so, ci sto ancora pensando». Fabris, più caustico: «Giusto il pedaggio per tornare a casa». E Sanfratello il più sincero: «Il mutuo della casa». Non ci sono Porsche e non ci sono veline qui intorno. Ma è normale, in uno sport con il treno che passa solo ogni 4 anni assieme al suo carrozzone di tivù e di interviste.
Quel giorno se l'hai preso, poi ti può capitare come ieri, che ha telefonato il Presidente Ciampi. Ha risposto Petrucci e ha cercato qualcuno di loro: «Vuole farvi i complimenti». Gli ha passato Sanfratello: «Mi ha detto che ci ha visti sempre. Ci ha seguiti da ieri, da quando abbiamo battuto gli Usa». Adesso lo racconta in sala stampa. Perché gli hai parlato? «Siamo vecchi amici», risponde ridendo: «Ma se ti chiama il primo uomo d'Italia, vuol dire che abbiamo fatto qualcosa d'importante». |