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Torino 2006
 PATTINAGGIO VELOCITA'

Fabris, la grande rimonta

11/2/2006
Giulia Zonca



TORINO. Ha ripreso la gara spostando l'aria. L'ha riacciuffata a spinte, con la bocca spalancata, una mano incollata alla schiena e l'altra a mulinare. E' risalito fino al bronzo. Enrico Fabris lanciato all'inseguemento di un tempo perso, di secondi buttati in paura, emerge dalla fatica che gli ha stravolto la faccia con una medaglia e qualche lacrima.
Enrico Fabris


Giusto il tempo di alzare le braccia, di riaggiustare la mascella contratta dalla velocità e ringhiare al tabellone: terzo sui 5000 metri, la prima medaglia nella storia del pattinaggio di velocità italiano. Quando se ne accorge è già piegato in due, distrutto dalla rimonta. Mani sulle ginocchia e testa a ciondoloni a cercare ossigeno. «Sono partito mezzo addormentato, mi sono fatto influenzare dai tempi dei più forti mi sembravano velocissimi e io ho perso i punti di riferimento. Bloccato, in pappa con le gambe molli, credevo di essere fuori da tutto solo che ho sentito la gente. Mi sono ricordato di essere a Torino, in Italia. Ho spinto come un pazzo».

Il tifo vero stava tutto in uno spicchio di curva abbarbicato dietro un tricolore. Una bandiera e qualche urla, non c'era altro, il resto dell'Oval era arancione, come la tradizione olandese, come l'argento Sven Kramer. Fabris però ha sentito il tam tam contro i materassi a bordopista. La sua famiglia. «Tutti insieme i parenti veri e quelli acquisiti, allenatori, fisioterapisti, la gente che ha vissuto con me questi 5 anni di lavoro. Dedico questo bronzo a loro, a chi mi ha seguito sempre».

E la famiglia tecnica è stanca quanto lui, convinta che potesse persino fare meglio. L'allenatore Marchetti crede che l'inizio strampalato sia figlio dell'ansia. Dei 12 giri di Ippolito Sanfratello, compagno di squadra andato in apnea a metà percorso e rimasto senza fiato. Fabris non se lo ricorda più, non sa nemmeno esattamente quale era la strategia concordata «più o meno andare costanti, capirai, ho visto Hedrick volare mi pareva impossibile tenere il mio ritmo e raccogliere qualcosa di buono, mi pareva impossibile tenere il suo ritmo, al via avevo la testa piena e i muscoli vuoti, non so». Sa solo che alla partenza stava in trance e all'arrivo «i pattini non mi reggevano più». Li ha trascinati fino al suo gruppo, poi si è tuffato nell'abbraccio di tute blu e campanacci che lo aspettavano all'angolo. «Ho visto solo occhi lucidi e ho pianto anche io, anche se questo non è un sogno, non è incredibile. Ho lavorato per questa medaglia, era da una vita che sapevo di poterla avere».

Fisicamente la riceverà solo oggi però ieri sera a Casa Italia ha ritirato l'assegno del premio, 40 mila euro e una festa. «Non sono solo fiero, sono felice che il pattinaggio di velocità sia arrivato a questi livelli anche in Italia. Trascinato da noi. Siamo un buon gruppo, siamo emergenti. Non finisce qui, vedrete». Ha saltato la cerimonia inugurale, l'ha guardata in tv, troppo teso per emozionarsi: «Sarebbe stato bello esserci ma preferisco l'altra cerimonia, quella del podio». Quando è uscito dal suo angolo, ha salutato il pubblico e si è accorto che erano quasi tutti olandesi che il tifo sentito era «che ne so rumore, casino forse non era per me. Gli olandesi sono straordinari, seguono i loro atleti dovunque e fanno sempre macello, magari festeggiavano Kramer».

E invece erano applausi per lui, per l'italiano che girava sempre più veloce e spaccava il ghiaccio a pestoni. «Un gran frastuono, lì per lì è stata proprio benzina, poi nei giri fatti per rilassare i muscoli ho inquadrato le tribune, avevo visto il mio gruppo sugli spalti e sapevo esattamente in che punto della pista stavano i miei, il resto della bolgia...». Il resto dela bolgia se lo è tirato dietro nella rincorsa, troppo esaltante per lasciare indifferenti. Sui 3.400 metri era sesto, a 5'' e 90 da Hedrick, lo spaccone texano. Un'eternità monitorata con indifferenza, il norvegese sull'altra batteria andava regolare, un ritmo che spostava giusto un paio di striscioni.

Gli italiani stavano attenti, gli altri aspettavano la fine. Ai 4200 metri Fabris era quarto. Boato. Il ragazzo che ama l'heavy metal ha smesso di calcolare le forze e il ghiaccio così diverso da quello dell'allenamento. Scaldato dalla gente, rallentato. All'ultimo giro è sbucato dalla curva come un assatanato, sul maxischermo era ancora quarto però aveva un palaghiaccio tramortito pronto a partecipare al recupero. Pure gli olandesi. Il rumore che ha sentito l'ha creato lui. Stupore per dei giri fuori norma, più veloci di quello dell'americano Hedrick che con il suo doppio passo si è preso il primo dei 5 ori puntati. Per uno ieri ha iniziato a preoccuparsi, con gli ultimi 3 giri di Fabris i 1500 metri si vincono e quella è la sua distanza preferita. L'ha perfezionata sulla pista naturale di Busa Fonda, a Gallio, altopiano di Asiago, a 1800 metri e 2300 abitanti. Uno si chiama Valerio Fabris, lavora all'ospedale di Vicenza ed è presidente del club che gira intorno a quella pista gelata, il padre di Enrico. Il primo ad abbracciare, il primo a piangere, il primo a essere felice per la medaglia e per l'assegno. Quello che ha battuto sul materasso di protezione per tutto il tempo, l'unico che non ha aspettato i sorpassi sul cronometro. Si è mosso prima, quando ancora l'aria era ferma e gli spalti zitti. Ha tirato manate dallo start, da quella falsa partenza: regolare e sfasata. E quando Fabris ha rialzato la testa con la lingua di fuori, il padre stava ancora picchiando. Il tam tam della rimonta.

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