CINQUEMILA METRI DI FATICA, SCIVOLANDO SUI PATTINI A SESSANTA ALL’ORA: C’E’ UN FAVORITO AMERICANO. E POI C’E’ UN ITALIANO
Fabris il santo tenta il colpo contro Hedrick il bulletto
11/2/2006
Giulia Zonca
TORINO. Legge Rigoni Stern perché lo fa sentire a casa e si è allenato per una vita su una pista naturale al gelo di Gallio, Enrico Fabris il meditativo si deve lanciare all'inseguimento di un disperato ribattezzato «Paris Hilton del ghiaccio», Chad Hedrick.
Enrico Fabris
Un americano che ama le birre gelate e le nottate interminabili e che per Fabris è un amico.
Si trovano in pista oggi per la prima volta sui 5000 metri, si incroceranno ancora, da una corsia all'altra, questi due ragazzi che girano a 60 all'ora e si danno manate di saluto a ogni gara. Il silente e l'esuberante che non sono poi tanto diversi. Se guardi bene sotto il cappello a pon pon, Fabris non sembra tanto tranquillo. Sulla foto dell'accredito si è messo di tre quarti, con il sorrisetto calcolato proprio come i piacioni americani. Suona la chitarra, la strimpella senza impegno però gli piace l'heavy metal e definisce l'hip hop «commerciale» con la faccia schifata. Ieri si è fatto l'ultimo allenamento sulla pista che gli piace «sempre di più, è ogni volta più veloce».
E' la prima pista al coperto in Italia e l'ultima su cui vorrebbero scivolare gli americani. Hedrick e il compagno Shani Davis la trovano insopportabile, bizzosa e mutevole. Incolpano gli italiani di non sapere fare il ghiaccio, ma sanno che gli italiani sono capaci di usarlo. Fabris sta un po' dietro i migliori su questa distanza, i 5000 non sono il suo forte, lui preferisce i 1500, ma quello che gli importa davvero adesso e iniziare: «Finalmente domani si gareggia». E queste Olimpiadi che gli ronzano intorno da troppo partono davvero.
«Non è che sono le troppe parole a preoccuparmi è proprio che ho voglia di fare. Anzi non capisco perché si debba parlare tanto solo di sci alpino. Noi smuoviamo un sacco di gente. Lo so, loro hanno molti più tesserati, però è buffo, in Olanda mi chiedono gli autografi, conoscono il mio nome mentre in Italia mi riconoscono solo al mio paese».
Il suo Paese invece prova a riconoscerlo, cercherà di individuarlo da oggi: Fabris è quello con il naso spiovente e lo sguardo convinto. Pattina con gli occhiali che gli schermano la faccia e li leva in modo molto cinematografico. «Speriamo che queste Olimpiadi servano anche per il dopo, l'Italia del pattinaggio veloce è in un buon momento. Siamo un po' la sorpresa e vorrei che fossimo una scoperta.
Per esempio dopo vorrei iniziare a cercarmi uno sponsor. In questo anno Olimpico abbiamo dovuto tenere quelli imposti dall'organizzazione e mi pare che in altri settori, come lo sci, non sia andata proprio così».
I pattini se li è infilati a 6 anni, short track, il corto dove iniziano tutti, a 15 ha cambiato.
Pista lunga e gambe da preparare, un'impostazione che è maturata insieme a lui. «Solo tecnica e tecnica e perfezionamento. Bisogna imparare a stare sui pattini prima di mettere su i muscoli. E' per questo che nel nostro sport non c'è il doping. Che te ne fai? Puoi anche tirar su massa artificiale però se poi cadi facile è del tutto inutile». Ha imparato ad essere armonico e fluido mentre la scheggia Hedrick si muove con la doppia spinta di sua invenzione.
Per questo lo chiamano l'eccezione, perché ha mandato a memoria movimenti originali sulle rotelle e se li è portati dietro. «Sembra uno strano, ma nella tribù del pattinaggio siamo pochi, ci conosciamo, ci muoviamo troppo spesso insieme per non riconoscerci». Basta guardare sulla foto che Fabris porta al collo, dove c'è la faccia furba immortalata di profilo.