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Torino 2006
 PATTINAGGIO DI FIGURA

LONTANO DAL PODIO LA GARA È ANDATA AI RUSSI, PER FUSAR POLI E MARGAGLIO UN AMARO SESTO POSTO

Pace fatta

Un abbraccio cancella l’amarezza
ma non restituisce il sogno perduto

21/2/2006
Giulia Zonca



TORINO. Si può ballare anche da cattivi, violenti e disperati senza simbiosi con una tensione che incolla, tenuti insieme solo dai nervi.

Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio sono ripartiti da terra, lei sdraiata aggrappata alle mani del compagno e a una coreografia complicata studiata apposta per accumulare punti.
Margaglio, Fusar Poli
Maurizio Margaglio e
Barbara Fusar Poli
salutano il pubblico


Ne servivano troppi, la classifica è rimasta com'era: davanti i russi Navka e Kostomarov, argento agli emergenti Belbin e Agosto e bronzo a Grushina e Goncharov.

I protagonisti della tragedia in tre atti lontani dal podio, sesti, ben dodici punti dietro le medaglie. Hanno scelto il «Principe d'Egitto», musica altera per sguardi arrabbiati e giravolte in cui sfogare la notte a occhi aperti. Stravolti, sciolti nelle lacrime e in un abbraccio che arriva per cedimento su un finale in ginocchio. Ultimo atto.

«Non abbiamo dormito, non abbiamo parlato, abbiamo accumulato agitazione per un giorno intero, in questo numero ci abbiamo messo tutto quello che avevamo dentro e il pubblico si è emozionato.

Un paese che vive di pallone bloccato davanti alla danza su ghiaccio. Mi pare che il ritorno avesse un senso». Parla lui, racconta di spettatori e fatica, nell'angolo Kiss & cry scandisce in faccia alla telecamera: «Noi siamo così» e spiega: «Siamo capaci di interpretazioni intense, di passione, di smuovere, di trascinare la gente perché ci mettiamo la vita».

Ci hanno messo la loro storia di amicizia, successi, sogni e crolli. Tutti olimpici, «E' il destino, abbiamo sempre sbagliato nei momenti importanti».

Non sono stati capaci di vincere, ieri non si trattava nemmeno più di gara, la competizione è finita con gli obbligatori. Con la scivolata è iniziato un altro film.

Colonna sonora che amplifica il dramma, una serata di musiche da struggimento: due americani che ballano sul Romeo e Giulietta di Prokofiev, i canadesi che si avvinghiano in un tango melanconico, i vincitori sessuosamente fasciati da un bolero sempre più rapido e Federica Faiella e Massimo Scali persi dentro un dolente Ennio Morricone.

Loro sì che si parlano, recitano scaramanzie prima dell'esibizione, uno di fronte all'altro, allacciati per le mani si bisbigliano in faccia raccomandazioni e rituali, poi fuori, insieme davanti alla folla. Bisogna sapersi affidare per muoversi sul ghiaccio, sincronizzare i pattini.

Come fanno i fratelli Kerr, ballata scozzese e sollevamenti spettacolari, lei a testa in giù appoggiata, lui che ruota seguendo le cornamuse.

Intesa e fiducia, la velocità di solito si prende da lì, dalla sicurezza. Fusar Poli e Margaglio la trovano dentro la rivincita, 24 ore dopo la batosta hanno solo recriminazioni in comune. Barbara aspetta il turno con le mani sui fianchi e lo sguardo più fiammeggiante del diadema dorato che ha in testa.

Dietro le protezioni di gomma si muovono ancora senza guardarsi, uno dietro l'altro e si danno la mano solo per entrare in pista. Riscaldamento fatto di piegamenti muti e tre minuti di movimenti accennati non bastano a sciogliere lo sguardo dell'altra sera. Quel prolungato rinfacciarsi le scelte e le ore.

Lei ha ripreso perché lui l'ha convinta, mesi passati a insufflarle l'estasi della vittoria in casa. Barbara insegnava e si annoiava, Maurizio era entrato nello staff tecnico della nazionale e si sentiva ancora atleta. Parole, parole, parole, Barbara Fusar Poli ha ceduto, si è lasciata convincere da un insistenza fatta di frasi azzeccate. E nel giorno del giudizio, silenzio.

Quando va in pista il gruppo che li precede, lei svolta a destra a cercare i fazzoletti di carta incastrati a bordo pista, lui dall'altra parte, beve a canna da una bottiglietta d'acqua a testa bassa.

Lei resta nuda, lui si chiude la felpa sopra la bardatura da principe d'Egitto. Ognuno per conto suo e non c'è un attimo di solidarietà. Il primo cenno d'intesa arriva per darsi il via, lei annuisce due volte e si parte, si dimentica, si ritorna.

A musica finita, dopo un giorno intero si parla anche. «Solo quando è nata mia figlia mi sono emozionata tanto e non ero furibonda domenica sera, non accusavo, interagivo. Io e Maurizio abbiamo abbastanza tempo speso insieme sulle spalle per capirci così. Era un dramma per entrambi.

Ho pensato: ma come diavolo è potuto succedere, come siamo caduti, abbiamo fatto solo prove spettacolari e siamo andati giù. Vero Maurizio?».

Maurizio ha il fiatone e corre dietro al futuro: «Potremmo anche decidere di fare i Mondiali a marzo, ci penseremo. Di certo senza Barbara e Maurizio non sarebbero state le stesse Olimpiadi». Di certo, il podio però non sarebbe cambiato.

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