«Ho scelto note adatte alle mie gambe. Nervosa? La mia vita non finisce giovedì»
20/2/2006
Giulia Zonca
TORINO. Arriva da un altro mondo e si vede. Carolina Kostner esce dal collegio di Oberstdorf, dal silenzio e dagli orari organizzati ed entra nel frastuono delle Olimpiadi con la faccia bianca e le borse sotto gli occhi. Stralunata, decisa a ricostruire una dimensione che le somigli prima di domani, giorno del programma corto. L’unico sorriso vero le si apre sul
Carolina Kostner
ricordo della cerimonia di apertura.
Nervosa? «Ma che. Concentrata, sono qui da due giorni e non è semplice allenarsi davanti a tremila persone. E’ emozionante però anche complicato per questo sono rimasta in Germania fino a qui. Per non distrarmi. Sono pronta e la mia vita non finisce giovedì, continua con la routine, la sveglia presto, il ghiaccio, le lezioni...».
Un’idea del tempo monastica, non è troppo matura per i suoi 19 anni? «Non sempre ci si può mostrare come davvero si è. Io sono una ragazza come le altre, cerco una normalità perché solo così posso arrivare al meglio. Anche a me piacerebbe vedere un concerto, so che ce n’è uno ogni sera a Torino, vorrei sentire dal vivo Avril Lavigne, magari alla cerimonia di chiusura. Adesso ho altro da fare».
Faticoso vivere con questo rigore? «L’ho scelto io, ho altre soddisfazioni. Ho gli applausi di chi viene a vedermi anche solo mentre provo, sembra di stare in gara. Credo che ogni sforzo venga restituito nella vita. E’ una visione da credente che mi tengo stretta. Anche se più che pregare, ringrazio perché le rinunce vengono premiate. Guardate la squadra di inseguimento, sono 4 o 5 eroi. Deve essere bello provare il brivido di vincere insieme».
Le manca un team? «Io ne ho uno meraviglioso, allenatore, coreografa, fisioterapista, gente che mi segue. Vado da sola in pista, per l’ultimo tocco niente di più».
E per non pensare all’ultimo tocco cosa fa in queste ore? «Leggo Coelho, mi rilassa molto. Ho appena finito “Mactub”, sono dei racconti, liberano la mente»
Ha visto le altre gare di pattinaggio artistico? «Sì, faccio un gran tifo per Fusar Poli e Margaglio, poi ho visto la cinese Zhang, l’argento delle coppie di artistico... E’ stata coraggiosa, a me in gara non è mai successo di cadere e farmi male ma in prova sì. La tensione narcotizza il dolore, il male lo senti il giorno dopo. Lì per lì riparti».
Come ha scelto le musiche per il suo programma, «Mission» per il corto e le «Quattro stagioni» di Vivaldi per l'originale? «Serviva un ritmo che seguisse le linee del mio corpo. Siamo in poche ad avere le gambe lunghe, io sono la più alta. E poi mi piace pattinare veloce».
Chi è la migliore a questi Giochi? «La migliore era la Kwan ed è tornata a casa. Ha lasciato il posto a una giovane perché non era in forma. Non è da tutte. Ora non so, forse Irina Slutskaya».
Quanti messaggi di incoraggiamento riceve? «Pochi, non mi porto sempre il telefono dietro. In quest'occasione sento spesso mio padre, lui ha già disputato un'Olimpiade, nella squadra di hockey su ghiaccio. Mi capisce».
Quale dei campioni che sono qui vorrebbe conoscere? «Hermann Maier, Herminator. E' grande, grosso, forte, austriaco, sta vicino a noi, parla una lingua che parlo anche io ed è un campione. Ma non so se potrò andare in montagna».
Alla cerimonia di apertura sembrava molto serena. Cosa le è rimasto di quella sera? «Felicità pura. Non l'ho ancora rivista ma lo farò. Mi ricordo soprattutto il volo della colomba, è stato un momento inaspettato».
Ha visto l'argento del suo amico Lambiel? E' scoppiato a piangere a dirotto sul podio. «Lo capisco. E' arrivato con un ginocchio malconcio, si è piazzato secondo e ha 20 anni. E' un grande, l'ho chiamato per fargli i complimenti».
Dopo le Olimpiadi se la prende una vacanza? «No, ci sono i Mondiali a metà marzo. Dopo le Olimpiadi la vita continua come prima».