

| TORINO. Anche questa volta la Russia è ferma all'Unione Sovietica, quando faceva la storia dell'hockey e anche la classifica del medagliere. Finale Svezia-Finlandia, potere scandinavo.
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Christian Backman festeggia davanti a Tomas Kaberle il passaggio della semifinali | Per l'hockey, è un po' l'Olimpiade delle sorprese. Fuori i due colossi, Usa e Canada, e ieri fuori la Repubblica Ceca, campione del mondo 2005, e fuori anche la Russia che aveva portato qui uno squadrone come ai bei tempi. Prima di segnare il tabellone, fanno guerre stellari, fulmini e clangori, con queste corazze da samurai, questi armadi ad ante aperte, che scivolano sul ghiaccio come ballerini, menando mazzate da orbi.
Gran turbinio di mani piedi e mazze. I giocatori non fanno mai una piega: sbatacchiano contro i bordi come fuscelli al vento e si rialzano subito, come Saku Koivu, dopo 2’ di Russia-Finlandia, il naso gonfio e la faccia che sanguina. In mezzo alle randellate uno può sentire solo qualche mezzo singhiozzo e qualche grugnito.
Nella prima semifinale vincono gli svedesi, ed è una batosta a sorpresa: 7-3, scandinavi in vantaggio dall'inizio, e risultato mai in discussione.
La differenza la fanno le difese e i portieri: Lundqvist, della Svezia, para, quello della Repubblica ceca no. Alla fine, Jaromir Jarg e i suoi stanno con sguardi spersi, come se fossero lì da giorni interi, a scrutare un mare buio e tempestoso da un ballatoio coperto. Cose che succedono alle Olimpiadi.
Nella seconda semifinale, passa la Finlandia 4-0 anche se la Russia era dai tempi dell'Unione Sovietica che non tirava fuori uno squadrone così (ma finisce male e piena di cattiveria). Con i petrodollari americani e con i nuovi magnati stile Abramovich sta costruendo un campionato che comincia a guardare da vicino pure la Nhl degli States. La partita con la Finlandia è lo scontro fra le difese migliori del torneo. I finlandesi vanno subito in vantaggio e poi si chiudono. Vecchio caro contropiede, buono per tutte le stagioni e per tanti sport.
A vederla così, da profani, dominano la partita.
Per avere giustizia non occorre sempre che Dio esista, ma può bastare perfino una biffa come quella di Ville Peltonen. Davanti, neanche un dente buono.
A guardarli, non so perché ma viene in mente il rugby per come se le danno, solo che giocare a rugby vuol dire rincorrere un sacco di vento, come diceva il vecchio Willie John Mcbraid. Metti la tua faccia contro quella di un altro e spingi.
Qui non c'è il vento, e non siamo a Twickenham, Sud Ovest di Londra, a un'ora da Piccadilly, un campo da 78mila persone che scendono con il loro respiro sul prato.
E per giocare a questo sport non devi avere una faccia che fa paura. Basta la maschera. Qui c'è il ghiaccio, e c'è questo sciame di ossessi tutti colorati e coperti di corazze che corre spazzando il pavimento candido con una scopa di ferro.
Però, anche per l'hockey vale la stessa cosa che diceva Richard Burton del rugby: «E' uno sport magnifico. Un balletto d'opera, e all'improvviso il sangue di un delitto».
Dev'essere per questo, per la tensione che provoca e la bellezza che evoca, per l'agonia che trasmette, per la violenza che vedi, per quel delitto improvviso, che attira così la sua gente, come una passione vera.
Nel Canada, dove questo sport è religione, quand'era già successo, a Nagano '98, di venire via dalle Olimpiadi di hockey senza medaglie, avevano invocato addirittura un'inchiesta parlamentare. E' il solito ritornello dello sport: essere più bravi non basta, bisogna dimostrarlo. Ma quello è il posto dove l'hanno inventato, l'hockey, il paese dello scrittore Mordecal Richler, che quando morì gli pubblicarono questo necrologio: «Mordecal Richler è morto nella prima mattinata di martedì al Montreal General Hospital. Lo piangono Florence, la sua amata moglie per quarant'anni, e i suoi cinque devoti figli. Le donazioni siano fatte alla squadra di hockey dei Canadiens, una vera causa persa».
Al mitico Wayne Gretzky, il direttore tecnico, hanno fatto notare quasi con le lacrime agli occhi che i suoi uomini, favoriti, sono andati fuori ai quarti, e lui ha guardato altrove, ha detto: «La colpa è solo mia, ma tutti sappiamo cosa dobbiamo fare, adesso. Vincere a Vancouver».
Aspettando il 2010, però, oggi le guerre stellari, queste partite di clangori e di corse ossessive, le hanno vissute gli europei. Ma se mancano il Canada e gli Usa nella sfida delle medaglie, ci sono lo stesso molte delle stelle della Nhl, il campionato più importante del mondo, da Jaromir Jarg dei New York Rangers a Filip Kuba dei Minnesota, a Alexander Ovechkin, una stella che ha appena 20 anni ed è considerato uno dei più forti del mondo.
La Nhl è anche il campionato che s'è fermato quasi un anno per la battaglia del salary cup, perché da quelle parti lo sport è un business, niente filantropi e niente di personale, baby. Ma alla fine, dopo 310 giorni, gli stipendi dei giocatori erano stati tagliati del 24 per cento. Da allora le squadre sono aziende in attivo. Meno soldi, ma buoni incassi lo stesso. Come qui a Torino.
Il successo dell'hockey non s'è misurato solo nel colpo d'occhio del palazzetto, pieno tutte le volte che c'era una partita, ma anche dal giro di scommesse che ha richiamato per quest'edizione dell'Olimpiade. Al 22 febbraio, il movimento netto ammontava in totale a poco meno di 800mila euro e 475mila di queste, il 60,11 per cento, erano state raccolte dall'hockey.
Lo sci, tanto per dare un'idea, in seconda posizione, era fermo al 17,13 per cento. Anche qui ci sarà chi ha vinto e chi ci ha rimesso, come ieri, come tutte le volte che c'è una sfida. Perché così è la vita. Non sempre è una causa persa come quella dei Canadiens. |