HOCKEY GHIACCIO FUORI DALLE SEMIFINALI GLI SQUADRONI STATUNITENSE E CANADESE: E’ LO STESSO PERCORSO IN DISCESA DEL BASKET NBA, VITTIMA DI ERRORI E PRESUNZIONE
Il mondo ribaltato
«Perdere da giocatore è tremendo, da tecnico è peggio; mi sento come un padre che manda i suoi figli allo sbaraglio»
24/2/2006
Alessandro Tommasi
Se nemmeno l'immane sciagura del Vietnam ha insegnato cose all'America, poteva forse riuscirci la ben più piccola sciagura del loro basket - targato Nba, vale a dire il meglio del meglio - che, negli ultimi anni, quando va per il mondo a giocarsi Olimpiadi e Mondiali, le prende ormai con impressionante regolarità?
Evidentemente no, se qui e adesso si celebra il funerale dell'hockey su
La vittoria della Russia
ghiaccio nordamericano, cacciato via dai Giochi olimpici, battuto e umiliato: fuori il Canada (0-2 con i russi) e fuori gli Usa (3-4 con i finlandesi), ovvero le due nazionali massime espressioni della Nhl, che è poi la Nba dell'hockey su ghiaccio, la lega dei professionisti a tutte stelle. Fuori loro e dentro, nelle semifinali, Russia e Repubblica Ceca e Svezia e Finlandia, pronte a giocarsi l'oro mentre i (sedicenti) padroni del disco sono in coda a fare il check-in per il mesto ritorno a casa. E che c'entra la Nba? C'entra così. Che dopo aver cominciato a reclutare giocatori in giro per il mondo e averli addestrati ben bene, proprio da loro il basket Usa ha cominciato a prendere sberle - Manu Ginobili diventato un super a San Antonio, e la sua Argentina, per fare l'ultimo nome. Allo stesso modo sono stati gli Ovechkin e i Nabokov, i Berg e i Peltonen - russi gli uni, finlandesi gli altri - a buttar fuori Canada e Usa dai Giochi. Giocatori che la Nhl ha reclutato e addestrato, negli anni. Irriconoscenza? No, miopia.
E fors'anche presunzione. Della Nhl, come anche della sua sorella lega del basket Usa - per restare allo sport. Perché mentre i Nabokov si fanno un poco americani, non c'è verso che l'hockey Nhl si faccia un po' russo o finlandese - come non si fa argentina la Nba. Insegnano ai giocatori venuti da lontano a misurarsi con lo sport all'americana, ma da loro non imparano alcunché. Un po' quel che accade anche al calcio italiano, da anni autoetichettatosi il migliore del mondo salvo poi prenderle dai Riedle o dagli Ahn di turno.
Ancor più colpevoli, quelli della Nhl, perché gli Ovechkin e i Berg sono figli di movimenti che alle spalle hanno tradizione e successi, tanto è vero che è dall'inizio del torneo che i bookmaker avevano individuato in Russia e Repubblica Ceca (l'intera squadra, a parte il portiere, gioca nella Nhl) le due favorite per l'oro. Così, ora, Wayne Gretzky, forse il più grande giocatore che l'hockey su ghiaccio abbia mai espresso, recita l'orazione funebre per il suo Canada (da Montreal a Toronto lame & disco sono lo sport nazionale, una sconfitta così è un dramma che travolge l'intera nazione): «Perdere da giocatore è tremendo, ma perdere da responsabile tecnico è anche peggio. E' devastante, ti senti come un padre che ha mandato allo sbaraglio i suoi figli.
Mi sento orrendamente responsabile di questa sconfitta. Devastante, sì, non trovo un altro aggettivo. Forse è la cosa peggiore che io abbia vissuto»: il che, detto da uno che negli ultimi tre mesi ha visto morire la madre e la nonna ed è stato coinvolto in uno scandalo di partite truccate insieme con la moglie, spiega cosa sia esattamente per il Canada questa disfatta. E la squadra Usa chiude tra liti e ripicche, perché la parola fine la puoi scrivere come ti pare ma sempre lo stesso bagaglio di veleno si porta dietro. Così Mike Modano, 35 anni, lo Zidane degli hockeisti stelle & strisce, spara a palle da cinghiale su tutti e ciascuno: l'allenatore Peter Laviolette per la gestione dei cambi contro la Finlandia (forse perché in panchina ci è finito Modano stesso?), la federazione per la gestione della spedizione («Normalmente i giocatori si devono occupare di giocare e basta, no? Bé, noi qui abbiamo dovuto pensare per conto nostro agli alberghi, ai biglietti, ai voli... Un delirio»).
E la federazione gli risponde che «i nostri dirigenti sono volontari, bisognerebbe ringraziarli; e poi, in campo chi c'era: i dirigenti oppure i giocatori?»; e l'allenatore Laviolette non gliela manda a dire: «I finlandesi erano nel loro momento migliore, noi ci eravamo seduti e li stavamo a guardare: chiunque avrebbe sostituito un giocatore almeno». E i signori della Nhl si interrogano sull'opportunità di smettere di dare i loro giocatori alle varie nazionali per i Giochi olimpici: «A Vancouver 2010 certamente ci saremo, ma poi dovremo sederci intorno ad un tavolo e discutere. Troppi giocatori infortunati, e troppo lunga la sosta del nostro campionato: forse è un prezzo che non intendiamo più pagare».
E qualcuno arriva a suggerire ai padroni del vapore di valutare se non sia il caso di modificare le misure dei campi, che nella Nhl sono più piccoli di quanto non siano quelli su cui gioca il resto del mondo: una scelta legata ai gusti del pubblico americano, che vuole partite veloci e, diciamo così, fisiche («Ieri sera sono andato a vedere una rissa. All'improvviso, è scoppiata una partita di hockey», la battuta di un comico Usa che fotografa esattamente quel che è la Nhl). Insomma funerali e processi, come sempre quando si perde male - essendo non solo il mondo ma anche tutto lo sport paese.
E, certamente, l'addio ad una generazione di giocatori che ha dato tanto: gli Usa schieravano a Torino un folto gruppo dei «ragazzi del '96», quelli che dieci anni fa vinsero la Coppa del Mondo, guidato dal 44enne (!) capitano Chris Chelios; il Canada, tra i mille talenti a disposizione, aveva scelto i più stagionati: «E forse sì, forse è stato un errore», dice ancora Gretzky, che ha rinunciato alle stelline Crosby e Staal, attaccanti ventenni, in favore dei nonni Sakic e Draper. Tutti a casa, adesso, e avanti con i ragazzini. Come ha fatto la Russia, che il suo rinnovamento già lo ha avviato e ha affidato il proprio attacco a Ovechkin (20 anni, e al primo anno nei Washington Capitals, Nhl), Malkin (19) e Kovalchuk (22).
E adesso gioca per l'oro, anche se la vittoria sulla Finlandia - 6 vittorie su 6 partite, 23 gol fatti e solo 5 presi, di cui 3 tutti insieme dagli Usa - non è che se la porti da casa. Ma questa è storia da scrivere, oggi, quando si giocheranno le due semifinali (la seconda è Repubblica Ceca-Svezia). Quella già scritta dice che un'era è finita, e che forse è tempo che i (sedicenti) migliori tornino sulla terra. Hanno tanto insegnato, adesso si mettano un po' ad imparare. Perché poi, alla fine, va un po' come la dice Gretzky: «La sconfitta è quella cosa che rende speciali le vittorie». A patto che capisci. Sennò, va a finire che una mattina ti svegli e sempre a Saigon ti ritrovi. Saigon, Vietnam.