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Torino 2006
 HOCKEY

HOCKEY SU GHIACCIO VITTIME ECCELLENTI NEI QUARTI DI FINALE: ADDIOMEDAGLIE PER LE DUE NAZIONALI FAVORITE DELLA VIGILIA

Il giorno della vergogna

La caduta degli dèi: Canada e Usa fuori

23/2/2006
Paolo Mastrolilli



TORINO. La «Corea» dell’hockey nordamericano, che si copre di vergogna e restituisce le redini del dominio internazionale all’Europa. L’unico modo per far capire in Italia l’enormità del dramma sofferto ieri dai canadesi e dagli americani è paragonare le sconfitte rispettivamente contro Russia e Finlandia alla
Russia
La vittoria della Russia
clamorosa eliminazione degli azzurri dai Mondiali di calcio ad opera di un ignoto dentista coreano. Naturalmente i giocatori di Mosca ed Helsinki non meritano il confronto con quelli asiatici del pallone, perché hanno entrambi una straordinaria tradizione sul ghiaccio.

Però il Canada era campione olimpico in carica e superfavorito del torneo, mentre gli Usa si vantano di avere il campionato professionistico più ricco e bello al mondo, la National Hockey League, dove tutti i migliori fanno la fila per giocare. Prendere schiaffoni olimpici dai propri dipendenti non èmai bello, mauscire dal torneo ai quarti vincendo in tutto una sola partita col Kazakhistan, costola della ex Urss, è umiliante. Il risultato più clamoroso è senza dubbio la vittoria della Russia contro il Canada (2-0).Nontanto per il valore dei ragazzi di Mosca, che all’epoca dell’Urss avevano l’abbonamento con l’oro olimpico, quanto per quello degli sconfitti. I direttori tecnici del Canada, fra cui il mitico Wayne Gretzky inseguito a Torino da uno scandalo scommesse, avevano una tale abbondanza di talenti che il loro unico problema era l’imbarazzo della scelta.

Un esempio su tutti è quello di Crosby, il giovane talento dei Pittsburgh Penguins lasciato a casa. Per capirsi, è come se durante il Mondiale spagnolo di calcio del 1982 Bearzot avesse mandato in vacanza Paolo Rossi perché troppo gracile. Ma gli allenatori del Canada avevano decine di Paolo Rossi a disposizione e qualcuno lo dovevano per forza tenere fuori. La Russia ha smesso di vincere le Olimpiadi da quando non si chiama più Urss, ma i campioni di Gretzky sapevano che non dovevano sottovalutarla.

La sfida infatti è diventata subito una partita ametà fra la boxe e gli scacchi: botte da orbi fin dal primo minuto, tanto per nonlasciarsi intimidire dall’avversario, e tattiche precise come geometrie euclidee, perché entrambe le squadre sapevano che il minimo errore sarebbe stato fatale. Per due tempi è successo tutto e nulla: tutto, perché i campioni in campo hanno dato spettacolo; nulla, perché non c’è stato verso di far passare un puck oltre la linea. Poi, nell’ultimo tempo, i ragazzi di Mosca hanno deciso che la carestia del dopo guerra fredda doveva finire.

Al primo minuto Alexander Ovechkin ha portato in vantaggio la Russia, gli altri diciannove sono diventati un arrembaggio disperato del Canada, per impedire alla rivoluzione di ghiaccio dell’Europa orientale di riprendersi il controllo dell’hockey mondiale. Niente, però. Più attaccavano i canadesi, più diventavano pericolosi i russi. Alla fine i colleghi di Gretzky hanno persino sostituito il mitico portiere Brodeur per andare avanti in sei, ma hanno ottenuto solo il risultato di beccare il raddoppio di Alexei Kovalev.

L’orso russo è tornato. Peggio ancora è andata per gli Usa. All’inizio del torneo di Torino la scusa era stata la tempesta di neve che aveva ritardato la partenza della Nazionale americana, facendo scendere sul ghiaccio giocatori assonnati dal jet lag. A pochi giorni dalla fine dei Giochi, però, nessuno crede più a questa favola. Infatti la partita di ieri con la Finlandia è cominciata come tutte le altre, con gli Usa sempre in affanno. I ragazzi scandinavi sono andati subito avanti 2-0. Gli americani hanno recuperato con Knuble e Schneider, ma poi si sono rimessi a sedere. Jokinen se n’è approfittato per due volte nel secondo tempo, riportando i finnici avanti 4-2. A quel punto i professionisti pagatissimi degli Stati Uniti hanno capito che il “Miracle on ice” del 1980 si stava corrompendo nell’incubo sul ghiaccio del 2006 e hanno trasformato il terzo tempo in un assedio alla porta di Antero Nittymaki.

Brian Gionta è riuscito a riaccendere la speranza quando mancavano 4 minuti e mezzo alla fine, ma da allora in poi la Finlandia non si è più distratta. I secondi sono volati via come la tortura della goccia cinese, che ha scavato la fiducia americana fino a mutarla in angoscia. Gli Stati Uniti hanno finito la partita attaccando pure con il portiere, come sui campi parrocchiali del calcio, ma ormai era troppo tardi per convincere la provvidenza a concedere ancora miracoli. Per capire le proporzioni del disastro, bisogna sapere che in questi giorni il campionato Nhl è sospeso, perché tutti i suoi giocatori migliori sono a Torino per le Olimpiadi. Purtroppo per Washington, però, non vestono tutti la maglia della Nazionale a stelle e strisce.

I campioni veri militano nelle Nazionali di Finlandia, Svezia, Russia e Repubblica Ceca, che continueranno a sognare l’oro. Invece i ricchissimi colleghi americani e canadesi rimetteranno i pattini in valigia e torneranno da soli nei palazzetti deserti degli Stati Uniti, a guardare in televisione il trionfo olimpico dei colleghi che un tempo facevano la fila come mendicanti per elemosinare un posticino nel loro torneo. Intendiamoci: la Nhl resta il miglior campionato delmondo di hockey. Ora però sappiamo che ad accendere le sue luci non sono i viziati ragazzi locali, ma gli emigranti del puck che viaggiano ancora per il mondo con valigie piene di sogni. Silvia Garbarino

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