IL CANADA SCHIERA UN GIOCATORE CHE IN UNA PARTITA RISCHIO’ DI UCCIDERE UN AVVERSARIO
Uomini molto cattivi
Nel marzo del 2004 Todd Bertuzzi colpì alle spalle, con un pugno Steve Moore. Lo mandò all’ospedale in fin di vita I tifosi erano contrari al suo ritorno, ma ha vinto la ragion di stato
18/2/2006
Roberto Beccantini
TORINO. Fatti non foste a viver come bruti. O forse sì. Basta guardarsi attorno. E contare le gocce: di sudore e di sangue.
A scelta. Lo sport è violenza figurata e sfigurante, dipende da come ti senti e dal tipo di missione che ti hanno affidato. C’è chi la testa la perde e chi la fa
Todd Bertuzzi
perdere, per mestiere. Uno di questi era Nobby Stiles.
Giocava nel Manchester United e nell’Inghilterra che si laureò campione del Mondo quarant’anni fa. Corpo da scoiattolo, denti da vampiro; e per gomiti, due trapani.
Torturava gli avversari fino a che, esasperati, non davano di fuori. Molti, sporchi e cattivi. Hooligans in divisa, troppo lontani dal centro di gravità permanente per non essere attratti dagli istinti più bassi e triviali.
Sono i duri del circo, censurati per alzata di mano e votati nel segreto dell’urna, là dove è lo stomaco a timbrare la scheda. Todd Bertuzzi, asso della Nazionale canadese di hockey su ghiaccio, non ha mai offerto l’altra guancia.
È uno dei più attesi perché uno dei più perversi, a conferma che è sempre il fiele, e non il miele, a stuzzicare la curiosità. Bertuzzi, dunque. Superbo attaccante dei Vancouver Canucks. Radici italiche, sposato con Julie, padre di Jaden e Tag.
Uno che viene dall’Ontario, come sua maestà Wayne Gretzky. Uno che adora Al Pacino e il sushi, Braveheart e il golf. Uno, soprattutto, che i conti li regola di persona e non alla maniera ambigua e trasversale di Tanya Harding, la pattinatrice che, alla vigilia delle Olimpiadi di Lillehammer, fece sprangare Nancy Kerrigan da un gruppo di balordi assoldati da suo marito. Era il suo incubo, temeva che potesse soffiarle l’oro. Le soffiò molto di più: il futuro.
Con Steve Moore dei Colorado Avalanche, l’8 marzo del 2004, Todd se la sbrigò da solo. Questo Moore, un mese prima, aveva osato affondare niente meno che il capitano dei Canucks, Markus Naslund. Commozione cerebrale, tre gare di stop. Vendetta, tremenda vendetta. Altro non aspettava, Bertuzzi.
Eppure il commissioner della Nhl, Gary Bettman, aveva invitato i club a tenere gli occhi aperti. Eppure sarebbe bastato incollare Todd alla panchina, come fece Giovanni Trapattoni con Romeo Benetti a Glasgow, in una notte di Coppa dei Campioni, dopo che all’andata il marmoreo centrocampista aveva svitato uno dei Rangers, e la stampa scozzese già pregustava la ritorsione.
Todd prese Moore alle spalle e gli mollò un tremendo cazzotto sul collo. Il rivale precipitò come un aereo in avaria. Cranio tumefatto, due vertebre rotte, spina dorsale intatta per miracolo, carriera finita. Un massacro.
Mai, nel Far West dell’hockey, si era scesi così in basso. Potete immaginare il finimondo che quella sanguinaria imboscata scatenò. Il Toronto Star titolò a tutta pagina: «Bisogna proprio morire?». Bertuzzi venne squalificato per un anno e mezzo, inquisito dalla polizia, messo all’indice. Ma come sempre succede nelle lotte fra il Bene e il Male, il Male cominciò, piano piano, zitto zitto, a trovare una grondaia sulla quale fare il nido. Nome della grondaia, «ragion di stato».
I tifosi erano divisi, non i dirigenti. A tradurre i sondaggi, i fans ne facevano una questione di pura etica. In parole povere: come si fa a presentarsi a Torino con un «bandito»? E lo spirito olimpico? Viceversa, la Federazione privilegiò l’utile. Todd ha sbagliato e pagato, perché fargliela pagare un’altra volta?
La classe non sarà acqua, ma i cuori, spesso, sono di ghiaccio. Specialmente di fronte al metallo delle medaglie e alle risorse che potrebbero orientarlo.
Rinunciare a un campione che aveva suggellato l’ultima stagione con 46 gol all’attivo: la carne è debole. E debolissima risultò la resistenza. A Todd fu chiesto di scrivere ai tifosi. Ne uscì una lettera sin troppo aperta alle ruffianerie e ai dribbling sdolcinati, «nell’apprendere la notizia di essere stato reintegrato, ho provato un’emozione che non si può raccontare», «colgo l’occasione per ringraziare tutti i tifosi e tutta Vancouver», «giuro sulla testa dei miei figli che non lo farò più». E poi, a mo’ di lapide: «il meglio deve ancora venire».
Ecco: l’importante è mettersi d’accordo su cosa possa o debba significare quel «meglio». Lo scorso ottobre, contro i Dallas Stars, Bertuzzi ha firmato il 200° gol della carriera. Una rete l’ha rifilata anche all’Italia degli oriundi, al battesimo olimpico. Il ruolo di Todd è ala destra. Dal 1995 a New York (Islanders), dal ‘98 a Vancouver, sede delle prossime Olimpiadi invernali.
In Italia ci indignammo per il tele-labbro di Cirillo spaccato da un pugno di Materazzi dopo un Inter-Siena terminato serenamente 4-0. In Canada, hanno tentato di ribellarsi alla «grazia» concessa a uno dei loro idoli, molto più celebre e molto più colpevole di tutti i Materazzi che frequentano i ring del calcio.
Certo, Evander Holyfield non poteva sospettare che, in un raptus di ordinaria bestialità, Mike Tyson gli avrebbe morso un orecchio. Bertuzzi, lui, colpì alla schiena la sua vittima, come nemmeno i carnefici. La memoria dello sport conosce la punteggiatura: e quando è il momento, o le conviene, va a capo.