SUCCESSO DEI CANADESI (7-2) CONTRO GLI AZZURRI CHE SONO STATI COMUNQUE CAPACI DI STUPIRE
Quasi Italia
«La differenza è che loro fanno viaggiare il disco a cento all’ora, noi a sessanta» spiega Scandella, l’autore del momentaneo 1-1 La storia di John Parco che ha cambiato nome
16/2/2006
Roberto Beccantini
TORINO I dischi volanti esistono anche nell'hockey. Sono i canadesi. Non quelli della sdolcinata casetta con tanti pesciolini e tanti fiori di lillà (per via della fatal rima).
Un momento del match fra Canada e italia
Altra roba. Armadi con elmo e bastone, campioni di traiettorie e sportellate. Artisti che menano come fabbri, teppisti che pattinano come ballerini.
Ebbene, per cinque minuti e trentatré secondi li abbiamo legati a uno zero a zero che faceva tenerezza; e per un minuto e dodici secondi, li abbiamo addirittura tenuti sull'uno a uno. I
nfastiditi, con un calcetto nel sedere ci hanno rispedito al nostro posto: 2-7 (0-1, 2-5, 0-1). Ne valeva la pena, a prescindere.
Gli 8.575 testimoni non hanno lesinato coccole. Gli azzurri di serie A sono canadesi di serie B. Si sapeva, si è visto. Si è anche visto, però, lo spirito della squadra. Ogni volta che si parla di uno sport che non sia il calcio, si rischia sempre di scivolare nella demagogia. Pazienza. Peggio per il calcio. Nell'hockey, e non solo lì, ci si dà la mano alla fine. Nel calcio, all'inizio: non si sa mai.
L'onore della Nazionale è stato salvato da Giulio Scandella e John Parco. Il primo, nato a Montreal; il secondo, a Sault S.te Marie, Ontario, palestra giovanile di un «certo» Wayne Gretzky. Parco ha colpito anche un palo. Di solito, gioca all'ala: ieri, il ct Mickey Goulet l'ha spostato al centro.
John Parco ha 35 anni e una storia. Il giovanotto che, nel 1991, si presentò ad Asiago, di cognome faceva Porco. Con la o. Voi nei suoi panni cosa avreste fatto? Quello che poi fece, immagino. Non subito. Subito si scatenarono i demoni: grave lesione a un ginocchio, doppio infortunio alle spalle. Tornò in Canada, si mise a giochicchiare un po' qui e un po' là, andò esule in Scozia e Germania. Mai stato fra i pro della Nhl americana. Servivano, e servono, altre credenziali. Era un gregario, lui: non un leader.
E così nel 2001 si ripresentò ad Asiago. Non più mister Porco ma, su consiglio della italianissima moglie, signor Parco. Non è che una vocale cambi la vita, ma qualche smorfia la cambia sì, e come.
John ha segnato il gol del 2-6 e sfiorato la rete del 3-7 Non sarà mai un personaggio da copertina come Brad Richards o Todd Bertuzzi, ma intanto ne ha conquistata una. Da fumetto è il suo italiano, non il suo orgoglio: «Abbiamo dato l'anima. Segnare al Canada suscita sempre forti emozioni. Per noi è quasi un derby, lo ammetto.
O forse lo è, senza "quasi". Lamentarmi non mi piace, certo l'arbitro ha penalizzato più noi che loro. Se giochi quattro o cinque volte in inferiorità numerica contro uno squadrone come il Canada, prima o poi le pigli». C'è sconfitta e sconfitta, questa non offende: «Il pubblico è stato splendido. Sempre unito, sempre vicino. E vi confesso che nel secondo periodo stavamo per crollare, sul serio.
Trovo che l'hockey sia uno sport eccitante e non più violento di altri. Spesso, ci prendete in giro perché siamo oriundi o emettiamo suoni strampalati, da personaggi di Alberto Sordi. Date ai bambini italiani che nascono bastoni e non palloni. In caso contrario, dovrete sopportarci ancora per chissà quanto». Il Canada si è confermato di un altro pianeta.
Era sbarcato martedì, è sceso in pista fuso dal fuso; venti minuti di ginnastica, un golletto (di Jarome Iginla, sangue nigeriano) e poi fuori dalla porta di Martin Brodeur qualcuno ha appeso il cartello: do not disturb. E invece li abbiamo disturbati, o almeno ci abbiamo provato.
«La differenza - spiegava Scandella - sta tutta nella velocità con cui muovono il disco. Loro lo fanno ai cento all'ora, noi ai sessanta. Ciò premesso, resto anch'io dell'idea che infliggerci due penalità per aver fatto "casino" nei cambi sia stata una forma di stupido sadismo».
L'arbitro, già. Thomas Andersson, svedese. Non un azzurro che ne parli bene. Come se, all'improvviso, la sudditanza psicologica avesse lasciato, schifata, il volgare recinto di Inter-Juventus per chiedere asilo ai cow-boy del ghiaccio.
Per fortuna, nessuno ha un dossier da puntare al cuore degli avversari. Delle sette reti inflitteci, le giubbe rosse ne hanno firmate tre in regime di powerplay (uomo in più). E comunque, il nostro destino era segnato.
Dany Heatley, Shane Doan, ancora Iginla, Martin St-Louis, Brad Richard e Joe Thornton hanno completato il lavoretto. Il popolo dell'hockey ci ha fatto il callo. Sabato scorso, in occasione di Italia-Canada femminile, cantò l'inno di Mameli sullo 0 a 16. Se mai, è stato più difficile gestire l'eretico 1-1 di ieri, anche se poi, all'atto pratico, non c'è stato il tempo di prepararsi allo sballo.
A questi livelli, lo sport tocca i picchi dell'assoluto. Se solo potessero raccontare gli «amplessi» ai quali, per pura libidine, offrono generosi giacigli, le balaustre vincerebbero sempre il premio Pulitzer.
E poi i primi piani: i dentoni vampireschi di Dany Heatley, il casco di Jason Muzzatti, portiere azzurro, con la Madonna di Medjugorje e papa Wojtyla a suggerirgli il piazzamento. Il problema è che le Madonne e i papi devono essere imparziali. Il guaio è che lo sono stati.