

| TORINO. Succede, quando perdere è proprio bello, che i diecimila del Palaghiaccio si ritrovino in piedi ad applaudire questa allegra banda di ragazze e ragazzine, ancora assatanate, ancora sudate, finalmente felici. E succede che all'ultimo minuto, chissà da chi, chissà da dove, parta il primo e poi tutti a cantare "Fratelli d'Italia".
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| La nazionale italiana femminile di Hockey | «E noi - dice Sabina Florian, 22 anni, la bolzanina con il numero 11 -, quelle in pista o quelle in panchina, ci siamo messe a piangere».
Non per le 16 reti prese dalle canadesi, tanto quelle sono lo squadrone che tremare il mondo fa. «Ma per l'emozione, la gioia, l'orgoglio. Ci siamo anche noi!». La vera storia della nazionale di hockey femminile è cominciata sabato sera alle 22,30. Quando è finita la partita del debutto, 0-16, appunto.
Una bellissima sconfitta e loro restano lì, sul ghiaccio, ad abbracciarsi, a ringraziare il pubblico che le ha applaudite per due ore, e più prendevano dischi in rete e più aumentava il tifo. «Italia! Italia!».
Un giro, due giri, tre giri di "ola". E quando mai era successo, quando mai succederà? Diana da Rugna, la numero 17, ha appena 16 anni e sarà l'ultima a lasciare la pista: «Stupendo. Alle partite del nostro campionato il pubblico è di venti persone. Incredibile».
Tutto verissimo, invece. Le ragazzine contro i loro miti. La numero 9 Valentina Bettarini, 15 anni ancora, contro la numero 15 Danielle Goyette, 40 anni. La più giovane e la nonna di queste Olimpiadi. Stesso peso (68), stessa altezza (1,70), ma a dividerle ci sono qualche chilo di medaglie e 25 anni.
Una, Valentina, che in camera ha sopra il letto il poster di Donovan: non il cantautore di "Mellow Yellow", ma il campione canadese che ha giocato nel Bolzano negli Anni 90.
Una che «l'hockey mi piace perché è velocissimo e non ti lascia pensare». Una che batteva i maschietti under 14. Una tosta. Hanno perso la prima partita, forse perderanno anche stasera contro le svedesi. «Ma il nostro vero obiettivo è raccogliere il minor numero di dischi nella nostra rete e vincere almeno una partita, magari già domani contro la Russia», spiega Sabina Florian, commessa in un negozio che si chiama "Tutto per l'Hockey". In pista rumori di bastoni che si incrociano, urla di queste ragazzine che si scontrano con canadesi monumentali e mai un lamento.
Menano quando c'è da menare, le prendono quando capita di prenderle. «Combattiamo tutti i dischi», dice Diana, la ragazzina di Feltre. E s'accarezza i lividi. La lingua ufficiale potrebbe essere il "ladino", le venti della nazionale sono tutte altoatesine, al massimo di Belluno e le tre torinesi sono l'eccezione. «Fino a due giorni fa chi sapeva della nostra esistenza?», si domanda Debora Montanari, numero 26, portiere, un diamantino infilato nel naso, volontaria nella cooperativa sociale "Tarta Volante" di Torre Pellice.
E' che l'hockey femminile non se l'è mai filato nessuno, solo i parenti stretti; e non è che ai maschi vada poi meglio: unica a trasmettere risultati e dirette del campionato italiano è «Radio Padania», quella della Lega: e si capisce, fa tanto nordico. Queste venti trottoline hanno già giocato contro la Goyette e la Wickenheiser, la più forte del mondo, così forte da essere ingaggiata per la serie A maschile finlandese. «Loro si allenano due volte al giorno, noi quando va a bene due alla settimana».
Diana le sta ammirano mentre rientrano nello spogliatoio. In Canada le tesserate sono 62 mila 640, in Italia appena un centinaio, non c'è storia. Luana Frasnelli, l'altra portiere, ha la mania degli autografi con dedica. Già chiesti? «No, non ancora - risponde Diana con orgoglio e timore -. Adesso sono avversarie, poi, alla fine, proveremo a parlare con loro...».
Anche stasera il Palaghiaccio sarà pieno, e il tifo tutto per loro. Segnalati in arrivo da Vipiteno una classe di bambini delle elementari, qui per sostenere la loro maestra Maria Leitner, la numero 10, «la canadese d'Italia» come si legge sugli striscioni.
L'obiettivo non è battere le svedesi, ma costringerle a recuperare il dischetto dalla rete almeno una volta, insomma il primo gol della nazionale in un’Olimpiade. Disco avanti e pattinare. «Combattere tutti i dischi». E all'ultimo minuto, ancora una volta, inno e lacrime. Perché anche perdere così, in mezzo al tifo dei diecimila delle Olimpiadi, è proprio bello. |