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Torino 2006
 CURLING

TORNEO FEMMINILE: CONCLUSIONE EMOZIONANTE E SUCCESSO DELLE NORDICHE, LE PIÙ APPLAUDITE DAL PUBBLICO E NON SOLO PER LE LORO QUALITÀ TECNICHE

Il curling è svedese

Vichinghe d’oro a ritmo di rock

24/2/2006
Giovanni Cerutti



PINEROLO. E all'ultimo boccione di una partita che non vuol finire mai, la svizzera Mirjam Ott, il Capitano Ott, si stende sulla pista di ghiaccio, gli occhi verdi prendono la mira, sulle tribune è un caos di campanacci e bandiere e fischi e cori, ecco che la pietra è partita, Valeria Spaelty e Michele Moser sono già lì attorno a scopettare... «Ooooh!».
Anette Norberg
Anette Norberg della suqadra
di curling svedese


Tac, una botta secca. Due boccioni svedesi schizzano via, due svizzeri rimangono. Sarebbe 8-6 dopo un tempo supplementare. Povere svedesi, erano rimaste sempre in testa, fermate sul pareggio all'ultimo tiro, possibile finisca così male per le belle biondone che tanto piacciono all'audience tv?

Un momento. Era l'ultimo tiro di Capitan Ott e c'è ancora quello di Anette Norberg, 40 anni, due figli, la sorellona più grande in questo team svedese.

Ha orecchini grandi, il braccialetto e l'anello d'oro bianco. E' piuttosto robusta, ma sul ghiaccio si muove lieve. E adesso tocca a lei, è davvero l'ultimo tiro di boccione e deve allontanare dal cerchio dei punti le due pietre svizzere.

Con un tiro solo. Nelle tribune gli svizzeri stanno seduti e in silenzio. Toccano agli svedesi dipinti di giallo e di blu i cori, i canti, i bicchieroni di birra alzati. Anette prende il manico rosso della sua pietra, la gira, la guarda, la pulisce, la accarezza. E' il boccione della partita, dell'oro, della vita. Con un suo tiro la Svezia ha vinto gli ultimi campionati del mondo. Anna, Eva e Cathrine si allontanano, si preparano a scopettare attorno alla pietra.

Anette si è già mossa, scivola sul ghiaccio e con uno scatto della mano abbandona il manico rosso e poi stringe il pugno. Non l'aveva mai fatto in tutta la partita, ora sì perché si mette anche a gridare, ed Eva e Cathrine scopettano, e lei sta scivolando ancora, e il boccione è là, entra nel cerchio: toc un colpo, tac un altro colpo, sono sparite le pietre svizzere. C'è solo quella di Anette.

La Svezia ha vinto. Capitan Ott chiama la sua squadra e le abbraccia tutte, vanno dietro la pista dove avevano lasciato zainetti e portafortuna.

Piangono e non si dicono niente. Loro, tutte con i capelli scuri, contro le svedesi, tutte bionde. Loro, svizzere del Canton Grigioni, sempre seriose e silenziose in gara, solo qualche buffetto per complimentarsi con Michele Moser, la ragazzona con gli occhiali, i bracciali colorati e due belle guanciotte rosse.

Non come le svedesi, allegre, vocianti da una parte all'altra della pista, pronte a rispondere ai saluti, sicure, sempre in vantaggio, per complimentarsi tra loro pacche sul sedere. Ora però, alle nove di sera, anche le bionde piangono.

Piangono e ridono, e nel palazzetto dello sport ci sono svedesi a ogni angolo che tentano di raggiungerle. L'altoparlante manda musica rock e loro ballano, saltano, sculettano. I cameramen, figurarsi, inquadrano e impazziscono. Ballano e sanno ballare, le bionde rockettare. E si capisce perché il gruppo metal Hemmerfall le abbia volute nell'ultimo video, per la canzone "Hearth of fire" diventata l'inno del curling femminile svedese.

Anette e le altre, quando lasciano il Palazzetto, stanno cantando la loro canzone con i tifosi. Miglior finale il curling non poteva avere. Dopo il bronzo al Canada che ha battuto 11-5 la Norvegia, Svezia e Svizzera dovevano offrire l'ultimo spettacolo.

Due nazionali quasi alla pari, con la Svizzera seconda alle Olimpiadi 2002 di Salt Lake City. Due team con due campionesse come Capitan Ott e la sorellona Norberg, registe di ogni mossa, ogni tiro, ogni punto. Mirjam Ott si è presa un altro argento, ma il suo pianto dice che su quest' oro ormai contava. Era riuscita a recuperare il distacco, le sue giocate avevano fermato la Svezia sul più bello. Da 6-4 a 6-6, e dunque un tempo supplementare.

Dalle tribune una bella gara di tifo anche nell'intervallo, anche quando a bordo pista le svizzere mangiano frutta fresca tagliata e le svedesi sbucciano banane e le mandan giù con manciate di cereali.

A osservarle da vicino si vede la fatica. Dopo ogni tiro, con il boccione sempre accompagnato da scopettate, hanno il fiatone e cercano da bere. Per ogni colpo la concentrazione si vede negli occhi che si stringono, nei movimenti controllati per lanciare il manico con l'effetto, nelle grida a intermittenza per dare l'ordine di scopettamento e accompagnare la pietra dove è giusto che vada a fermarsi.

Hanno vinto le bionde, forse sono quelle che in questa Olimpiade hanno giocato meglio, o sono piaciute di più. In pista hanno una loro grazia, in televisione rendono benissimo. Bionde e occhi azzurri, con le trecce o senza, con la coda di cavallo o no. Proprio come sono le svedesi dei rotocalchi.

«Siamo nervose, ma vogliamo l'oro e daremo tutto quello che abbiamo», aveva detto Anette Norberg prima di quest' ultima partita. Quando sono entrate in pista nervose proprio non sembravano. Mancava un'ora all'inizio, c'era musica rock dall'altoparlante. E Ulrika Bergman, la riserva con le trecce, si è messa a ballare.

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