versione accessibile
 Home Page LA NUOVA GRAFICA STA ARRIVANDO!
Direttore Mario Calabresi

Ultimo aggiornamento 12:14
Editoriali Politica Esteri Cronache Costume Economia Tecnologia Cultura Spettacoli Sport Torino
RUBRICHE

 Ambiente


 Benessere


 Cucina


 Giochi

 Golf


 Mare

 Moda

 Montagna

 Motori

 Musica


 Scuola

 Soldi

 Stelle

 Viaggi

 Volontariato
OFFERTE LAVORO
ANNUNCI LEGALI
NEWSLETTER
Blog Forum Ricerca Servizi Multimedia Dossier
Torino 2006
 CURLING

CURLING NEL 2002 HA VINTO L’ORO OLIMPICO, CAPITANA DELLA SQUADRA BRITANNICA

Rhona, casalinga disperata ai Giochi
Cerca la pietra buona per ripartire

1/2/2006
di Giulia Zonca



La casalinga disperata delle Olimpiadi si chiama Rhona Martin. È una curler, lancia pietre sul ghiaccio e, a Salt Lake City, ha lanciato «la pietra del destino». La chiamavano così in Gran Bretagna: «The girl who threw the stone of destiny», definizione da leggenda e vita fin troppo comune. Rhona Martin, oro olimpico in carica, capitana della squadra britannica di curling che difende il titolo vive con il sussidio dei servizi sociali e a Torino ci è arrivata spinta dalla carità.

Faceva sei milioni di ascoltatori, inglesi incollati al video nelle ore più assurde
rhona martin
Rhona Martin, 39 anni, è nata a Dunlop
in Scozia
dietro uno sport da fissati: le bocce del ghiaccio. Curling. Non lo aveva mai considerato nessuno e quattro anni fa si è preso le repliche nel prime time di tutto il Regno Unito. Rhona Martin era la donna del momento, grazie a lei l’Inghilterra ha vinto un oro ai Giochi invernali che mancava dal 1984, da Jayne Torvill e Christopher Dean, primi nella danza su ghiaccio. Rhona è stata salutata da Blair, dalla Regina e dalla folla.

Ha sfilato con la medaglia al collo. Proprio lei, casalinga scozzese, stessa patria del curling e guance rosse e capelli a zazzera. Scrutava il punto giusto da dietro il frangione, una star improvvisata senza il guardaroba adatto, senza il vocabolario giusto e con un peso al collo: «La ragazza che ha lanciato la pietra del destino». Oggi è una donna che ha 39 anni portati non troppo bene, si è separata e fatica a tenere insieme quel che resta della famiglia. Due figli, Jennifer 13 anni e Andrew 10, vivono con lei ma non verranno in Italia per le Olimpiadi «non li sottopongo a questo stress, che restino tranquilli, a casa». La casa in questione è cambiata di recente.

La signora Martin ha lasciato il marito Keith che era andato in bancarotta «non certo per quello, perché non si riusciva più a costruire niente», ha dovuto traslocare perché lei un lavoro a tempo pieno non lo aveva e non lo ha. Occupazioni part time, le più disparate, di fondo è rimasta una casalinga. Disperata. È entrata in un appartamento pagato per metà da un fondo riservato agli indigenti, ha lasciato il villaggio scozzese dove è nata e cresciuta: Dunlop. Lì l’assistenza sociale non poteva aiutarla anche se lì c’erano i suoi parenti e gli amici. Il curling non dà sponsor, dopo l’oro di Salt Lake le avevano regalato una macchina, ora l’ha venduta.

La squadra era stata foraggiata da una banca che ha messo il nome nel momento di splendore e un attimo dopo lo ha tolto. Non si vedeva più. Rhona non si è allenata per mesi, era fuori forma e non pensava affatto a Torino. Ha solo capito che ripartire da lì era più semplice, dalle bandiere, dagli inni da dove tutto sembrava facile e straordinario senza esserlo. Adesso l’attenzione dei media britannici è passata alla squadra maschile, promettono bene e il capitano David Murdoch, 27 anni, metà dei quali passati in palestra, piace molto.

Eppure cosa è il curling lo ha spiegato Rhona, la casalinga squattrinata e invece va di moda lui, che lavora in una fattoria di Lockerbie, che urla quando lancia e si allena nel palazzo del ghiaccio che nel 1988 si era trasformato in un obitorio: 259 morti dopo lo schianto del Pan Am 109, un Boeing 747 che doveva volare da Londra a New York. Si è fermato a Lockerbie dove Murdoch è cresciuto a natura e sudore. Un campione in ascesa che sa pure vendersi bene e ha una bella storia da raccontare.

Rhona Martin ha raccontato la sua un’unica volta. Certa della qualificazione, stava in ritiro in Svizzera con le sue compagne (oltre a lei solo un’altra è sopravvissuta dalla formazione del 2002) e ha detto seria e asciutta che vive di sussistenza, che è andato tutto a scatafascio e che non intende ripetere nulla sulla sua vita privata. Ha tirato giù la frangia e da lì, protetta, vede solo ghiaccio, valuta distanze, calcola la velocità delle pietre. Solo curling fino a fine Olimpiadi, per riavvolgere il nastro e ripartire da dove tutto sembrava possibile. Sapendo che un’Olimpiade, nemmeno un’Olimpiade vinta, non può cambiare la vita. Allora le chiesero: «Si sente una star?» e lei rispose senza crederci troppo: «Sono solo una casalinga e una curler». Ora ci crede e le va bene, vuole solo smettere di essere disperata. Vuole un’altra pietra buona, non la pietra del destino, una pietra da lanciare contro il destino. Nella speranza di riaggiustarlo.

IN EDICOLA
 EDICOL@
 @RCHIVIO
DAL GIORNALE
Prima pagina pdf
Dayfax pdf
Versione accessibile
Titoli del giornale
Lettere
Specchio dei tempi
Un cronista per voi
I SETTIMANALI
 GIO'
 TORINO SETTE
 TUTTOLIBRI
 TUTTOSCIENZE
 TUTTOSOLDI
 SPECCHIO
 P.I.00486620016 |  Copyright 2012 |  Credits |  Per la pubblicità |  Scrivi alla redazione |  Siti partner