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Albo d'oro
21/3/2010 (6:10) - REPORTAGE
Azzurri a picco con il Galles,
Celtic League ultima speranza
Mirco Bergamasco interviene sul gallese Lee Byrne
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Italia sconfitta 33-10
STEFANO SEMERARO
Non è arrivata la pioggia tanto invocata da Nick Mallett, quella vera, e il nostro benedetto catenaccione ci ha evitato uno scroscio di mete gallesi che, a metà del secondo tempo, pareva incombente. Ma non siamo riusciti ad evitare l'ennesima sconfitta (33-10), la numero 47 in dieci anni e 55 partite di Sei Nazioni. Un alluvione, questa sì, avvilente.

A parte i primi (e ottimi) cinque, dieci minuti, non siamo mai stati in gara. Dodici a zero per il Galles a fine primo tempo, frutto di quattro punizioni di Stephen Jones, nel secondo la travolgente cavalleria dei Dragoni ci ha piazzato tre mete e costretto ad altri salvataggi disperati. L'unica meta azzurra di McLean, al 74', è un emolliente che non annulla il trauma. I tanti infortuni - oggi Canavosio e Canale - che come dice Mallett «hanno ridotto il nostro spogliatoio in un ospedale», sono un'attenuante, come del resto l'assenza di Sergio Parisse in tutto il torneo.

Ma non bastano a coprire la grigia realtà. Quest'anno la vittoria con la solita Scozia ci ha evitato il cucchiaio di legno - che Mallett ha ribattezzato «cucchiaio di m.», e che comunque tocca solo a chi perde sempre, non a chi arriva ultimo come pretendono gli smemorati - e la squadra ha ritrovato una minima identità attorno all'integralismo difensivo. L'Italia resta però il parente povero del torneo, il Cucchiaio alla carriera di questi 11 anni di Sei Nazioni in cui siamo riusciti a rimediare appena 7 vittorie e 1 pareggio, arrivando ultimi per 8 volte. Mesti e mestolati.
Trattasi di limite strutturale, che va oltre le disquisizioni tecniche o tattiche, i meriti e le colpe dei ct che si sono alternati in panchina. I nostri vivai sono magri, i grandi sponsor quasi estinti, le accademie stentano a decollare. E soprattutto il nostro campionato, da quando il rugby mondiale ha svoltato nel professionismo, non è più stato in grado di limare, sgrezzare, preparare sufficienti atleti di alto livello. Galles e Francia, e anche Inghilterra e Irlanda, ci battono non perché attaccano di più o di meno, ma perché hanno giocatori migliori, molto migliori, rifiniti da campionati di alto livello. Le nostre poche star - Parisse, i Bergamasco, Castrogiovanni - hanno fatto il salto di qualità in Francia o in Inghilterra.

La speranza di non ripetere un decennio di delusioni si chiama Celtic League. Dal prossimo settembre due selezioni italiane, o due «sottonazionali» come le chiama il presidente della Fir Dondi, farcite del meglio dell'ovale nostrano se la giocheranno ogni settimana in campionato contro i più forti club irlandesi, scozzesi e gallesi. Ventidue partite all'anno, più eventuali play-off. Una stagione scolastica piena, non solo lo stage accelerato del Sei Nazioni e dei test-match.

Da lì dovrà nascere, come ammette lo stesso Mallett, una nazionale meno sdrucita e improvvisata: «Sono contento di come è andato questo Sei Nazioni - ha detto ieri il ct -. Ma sono ancora più contento dell'ingresso in Celtic League. Questa squadra ha fatto passi in avanti, irrobustendo la difesa, migliorando in attacco, limitando i danni, potendo contare solo sull'attività in azzurro. Purtroppo il campionato italiano non prepara un giovane all'alto livello.

Un talento come Bocchino (oggi ottimo come rimpiazzo dello spento Tebaldi, ndr) in un match fra Rovigo e Gran Parma, con tutto il rispetto, può contare su 20 minuti di gioco vero, in Celtic saranno 60, e contro grandi avversari. Chi potrà giocare in Celtic League, fra un anno non commetterà gli errori che ha fatto oggi». Dopo tanti bocconi amari, una piccola cucchiaiata di ottimismo.
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