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FORMULA 1

LA SUA STORIA E' DIVENTATA LEGGENDA

Ayrton per sempre
La corsa senza fine
dell’ultimo martire

Il mito di Senna è rimasto indelebile
e costringe tutti a confrontarsi con lui

20/4/2006
di Stefano Semeraro



Senna

Ayrton Senna

Gli anni, i giorni, se ne vanno con una leggerezza che fa male. I suoi secondi invece erano densi, pesavano una vita. Anche gli ultimi, quelli fraintesi dalle telecamere della Rai e dalla camera car del giovane pilota che lo inseguiva, affannato, appena prima del Tamburello. I fotogrammi consumati dagli occhi dei periti di un processo pieno di balbuzie e amnesie, e soprattutto inutile, che alla fine non ha saputo dirci, che già dall'inizio non poteva dirci. Perché quella dei tribunali è una verità tecnica, mentre il mistero era altrove, fuori fuoco in quegli istanti. Gli istanti che mostrano la Williams di Ayrton Senna rimbalzare dentro la curva e contro la morte, il primo di maggio del 1994, sul circuito Enzo e Dino Ferrari di Imola.

Dodici anni, un secolo, da quel week-end. Un week-end di orrore, sacro nel senso più tremendo, tre giorni di passaggio che traghettarono nel sangue la F1 dall'Era Senna a quella del Dopo Senna. Barrichello che il venerdì sbatte alla Variante Bassa, Ratzenberger che muore il sabato. Ayron che si rende irraggiungibile nel senso più vero, nel modo più tragico, la domenica. Senna che avrebbe voluto vincere e sventolare per una volta la bandiera austriaca per onorare il collega morto il giorno prima. Senna che diceva: «A volte le gare finiscono sotto il traguardo, a volte alla prima curva». La sua non è finita mai: perché oggi è cambiato tutto, le macchine sono più sicure e robotizzate, i circuiti anestetizzati, i piloti imbavagliati dai doveri del marketing - ma ad ogni curva di ogni Gp, tutti quelli che sono arrivati dopo non possono che chiedersi ancora: ma Senna? Sarei mai stato capace di battere Senna? Nessuno è più morto in pista, in Formula 1, dopo di lui. Ayrton è stato l'ultimo martire.

Ayrton Senna da Silva, nato il 21 marzo del 1960 nel quartiere di Santana, a nord di San Paolo, e che a 4 anni già guidava il kart che papà Milton gli aveva costruito nel garage. Ayrton che impara a vincere e sa come si smonta un motore, Ayrton che guarda il mondo con un broncio da sognatore e non tollera che neppure un particolare del suo mondo, neppure una gomma da gara, non sia a posto, ben lucidato. Ayrton che pensa veloce. Gli altri nei rettilinei tenevano la destra sul condotto del carburatore del kart, per dare più benzina alla miscela. Poi la rimettevano sul volante. Lui la teneva lì anche in curva. Prima gara ufficiale, nel 1973 a Interlagos, e prima vittoria. Il Brasile si fa troppo stretto per sognare, e allora via in Inghilterra, la patria delle corse. I due successi in Formula Ford, il dominio in F.3 (dove oggi corre il nipote Bruno) con 10 vittorie in 10 gare, i sorpassi all'esterno che lasciano i rivali senza fiato. La prima F1 con la Toleman, nel 1984.

Il primo lampo a Montecarlo: Prost davanti e lui che rimonta da 13° a secondo, con l'istinto di un salmone e una fede da crociato, fra le strade coperte di una pioggia furiosa e inconsapevole di annaffiare le radici di una leggenda. Quindi: gli anni utili ma frustranti con la Lotus, il team dei suoi idoli Clark e Fittipaldi; il passaggio alla McLaren a fianco di Prost, il primo titolo mondiale nel 1988. Il litigio con il Professore, nato proprio a Imola l'anno dopo, quando Alain non rispetta le consegne, che scatena una delle rivalità più crude e belle nella storia dell'automobilismo.

Il nuovo sgarro del francese a Suzuka, la vendetta di Ayrton l'anno dopo, sempre in Giappone. Senna il Mistico, Prost «o cauteloso». Senna che batte anche Mansell nel '91, che nel '94 sbarca alla Williams e segna le ultime tre pole nelle prime tre gare dell'anno. L'ultima, a Imola. Quanto avrebbe vinto ancora, Senna? Dopo aver battuto Piquet, Prost e Mansell, avrebbe disposto anche di Schumacher? Il ferrarista ha oggi in tasca lo stesso numero record di pole, 65. Ma non è tanto il fatto che Senna se le sia conquistate in 162 qualifiche, contro le 233 di Schumacher, a fargli mettere le ruote davanti in un duello che non potrà mai più essere cronometrato. Non sono le statistiche, favolose, che lo rendono unico. E' il mistero, che lo solleva.

Il mistero di un uomo che nessuno ha capito davvero, pieno di slanci e tormenti, affarista e filantropo, playboy involontario, legato quasi morbosamente alla famiglia. Il mistero di un brasiliano che sapeva usare il volante come Pelè il pallone, che faceva frusciare i taccuini parlando di pistoni e mescole, ma anche di ingiustizia e di povertà. Che mentre gli altri si accontentavano di arrivare primi pretendeva la perfezione: «La cosa importante - diceva - è vincere tutto, sempre». Un egocentrico che esigeva di avere ogni cosa sotto controllo, perché «per gareggiare in auto bisogna essere freddi, razionali», ma confessava poi di sentirsi trasportato fuori dal corpo durante le gare, verso sterzate celesti. Schumi ha il sorriso e le rabbie di un cannibale borghese. Ayrton ti guarda dalle fotografie con gli occhi di un bambino che si sogna santo, che ama il mondo e ne è addolorato. L'automobilismo era un sentiero che gli correva dentro, da percorrere fino in fondo per arrivare ad altro. «Se una persona non ha più sogni, non ha più ragione di vivere». L'ultimo sogno da pilota era la Ferrari, la morte glielo ha spento. Ma quella gara interrotta ha reso infinita la sua storia. Ha concesso a Michael Schumacher, il giovane che quel 1° maggio lo inseguiva all'entrata del Tamburello, la soddisfazione di salire sulla Rossa e vincere più di Senna. Ma non l'estasi di battere Senna. Gli ha lasciato la gioia ambigua di essere il primo, il più veloce fra quelli che sono arrivati dopo. E che continueranno, per sempre, ad arrivare dopo.

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