Raikkonen: vinco e poi sceglierò la squadra migliore
20/4/2006
Intervista di Cristiano Chiavegato
Kimi Raikkonen (McLaren)
Ha vinto poco, per quanto è bravo. Cinque anni di Formula 1, 88 gare disputate, nove successi e due secondi posti nel Mondiale: nel 2003 alle spalle di Schumacher, la stagione passata dietro ad Alonso. Ma ci sono altre cifre che la dicono chiara su Kimi Raikkonen: 32 podi e, soprattutto, 29 Gran Premi nei quali è stato in testa.
Lo hanno fermato più volte la mancanza di affidabilità della sua McLaren, qualche incidente di troppo e alcuni errori di gioventù. Quando Peter Sauber lo fece debuttare nella sua squadra era il 2001. Bastò quel campionato con la vettura del team svizzero per capire che il finlandese aveva la stoffa del fuoriclasse. E Ron Dennis per avere il suo cartellino nel 2002 pagò all’astuto costruttore elvetico ben 25 milioni di dollari.
Una crescita continua (7 primi posti lo scorso anno, alla pari con Alonso che ha conquistato il titolo) da parte del ventiseienne ragazzo di Espoo, che si rivela glaciale soltanto in pista. Si è sposato con Jenni e qualche volta, quando non è impegnato nei circuiti, ne combina più di Bertoldo, fra liti e abbondanti libagioni. Però quando si tratta di spingere sul pedale dell’acceleratore è un fenomeno, soprattutto quando è costretto a inseguire. In questo è differente da Schumi, il quale detta legge nel momento in cui riesce ad andare in fuga, davanti a tutti. Due stili diversi, ma potrebbero integrarsi se, come sembra, Raikkonen approderà in Ferrari nel 2007 e Michael deciderà di restare.
Correre nella stessa squadra con il pilota tedesco sarebbe un problema? «No, perché? Quando uno vuole vincere il Mondiale non deve temere il compagno di squadra, chiunque egli sia». E restare con Alonso alla McLaren? «Neppure. L’arrivo di Fernando non sarà alla base delle mie decisioni per il futuro. Lui comunque è un tipo simpatico. Ci sono altre cose da considerare. Non sono preoccupato. Per me un compagno di squadra è soltanto un collega del team. Fra l’altro non ho rapporti con gli altri piloti. Non li cerco. Forse un giorno...». Proprio con nessuno? «Esatto, non frequento l’ambiente. Non mi sembra importante. Quando incontro Montoya al di fuori dei circuiti, generalmente è per motivi professionali, per operazioni commerciali, promozione di sponsor». Ma se dovesse scegliere preferirebbe lavorare con lo spagnolo o con il tedesco? «Non m’importa. E, in ogni caso, in qualsiasi squadra, alla McLaren o altrove, non toccherà a me scegliere. Non punterò su una squadra o su un’altra in funzione dell’altro pilota. Andrò verso il team che mi offrirà le maggiori opportunità per vincere». Non sarà facile decidere adesso. Non è possibile prevedere chi, fra McLaren, Ferrari o magari Renault avrà la vettura migliore nel 2007. «Purtroppo è vero, non c’è mai nulla di sicuro in Formula 1. Ci vuole anche un po’ di fortuna. Però a un certo punto bisogna pur decidere. Devo analizzare tutto, ma non potrà essere una scelta solo razionale. Ci sono troppi fattori imprevedibili. L’incertezza fa parte di questo mestiere». Potrebbe essere ancora più piacevole vincere al fianco di di Michael Schumacher? «Sulla carta sì. Ma il mio obiettivo è quello di arrivare primo nelle gare. Perché chi le vince può diventare campione del mondo. Questo è il solo desiderio che mi spinge avanti, che mi dà la carica». Un desiderio che sinora è rimasto tale. E’ soltanto sfortuna, sente il bisogno di trovare qualche amuleto benefico? «Io penso di non essere stato accompagnato sempre da una sorte favorevole. I problemi maggiori mi sono arrivati addosso sovente nei momenti più delicati. Devo concentrarmi per continuare a fare il mio mestiere al meglio, senza pensarci. Non voglio avere nulla da rimproverarmi». Il fatto di essere stato molte volte fermato da inconvenienti che non dipendono dalle sue capacità potrebbe avere un’influenza sulle sue prestazioni? «Non credo proprio. Mi resta sempre il piacere della guida, anche se è incompleto, quando capita qualcosa che ti rallenta o ti ferma. In questi casi la rabbia prende il sopravvento. Ma penso al dopo. E’ la competizione che mi eccita. Guidare una F1 nei test o in gara è molto diverso. Devo lavorare per far progredire la vettura, ma la corsa è un’altra cosa. E il piacere vero arriva soltanto con la vittoria. E arriverà ancora».