L’UOMO-RAZZO: NEI GUAI PER DIFENDERSI È PRONTO AD ACCUSARE UN SUO EX MASSAGGIATORE DINANZI ALL’AGENZIA ANTIDOPING AMERICANA
Gatlin: «Cercano di incastrarmi, io sono pulito»
Il re dei 100 positivo: rischia la radiazione
31/7/2006
di Maurizio Molinari
Justin Gatlin
NEW YORK. Justin Gatlin rischia la sospensione a vita dall'atletica e per difendersi dalle accuse di doping chiede di deporre di fronte all'Agenzia antidoping americana (Usada) per accusare un ex collaboratore di avergli teso una trappola.
A paventare il rischio del bando totale dalle piste del campione olimpico e mondiale dei 100 è stata la Federazione internazionale dell'atletica (Iaaf) con una dichiarazione del presidente Lamine Diack che ribadendo «l’impegno totale nella lotta contro il doping» ha fatto sapere come «la necessità di difendere la credibilità del nostro sport» lo spinga a rimettersi al giudizio dell’Usada sulle «serie accuse rivolte a uno dei più grandi campioni». Ciò significa che se l’Usada attesterà l’assunzione di sostanze proibite da parte di Gatlin, per l'atleta 24enne si chiuderanno le porte dello sport perché l'Iaaf farà scattare la «sanzione prevista dai regolamenti che in questo caso è la sospensione a vita». Ad aggravare la posizione del velocista c'è il fatto che già nel 2001 venne sospeso per due anni a causa di uso di anfetamine, anche se poi la Iaaf fece marcia indietro accettando le giustificazioni mediche che furono documentate sulla base del fatto che Gatlin prendeva sotto prescrizione l’Aderall per curare una malattia di cui soffriva sin da bambino.
Consapevole dei rischi che ha di fronte, Gatlin ha reagito all’avvertimento della Federazione facendo sapere, attraverso i suoi avvocati, di essere pronto a testimoniare in tempi stretti di fronte alla commissione disciplinare della Usada per difendersi da ogni accusa. E’ stato proprio il suo legale, Cameron Myler, ad anticipare che la linea difensiva punterà ad indicare i responsabili dell’alterazione dei valori. «Premesso che rimane un mistero come sia potuta verificarsi l’alterazione dei valori del testosterone poiché Justin Gatlin non ha mai preso nulla di simile - ha affermato l’avvocato - siamo in grado di dire chi è il responsabile di quanto avvenuto, perché si tratta di una persona che ha fatto parte del nostro gruppo di lavoro».
L’indice è puntato contro un massaggiatore di nome Chris che era presente in occasione delle gare a Kansas City - dopo le quali Gatlin risultò positivo ai test - e che sarebbe stato fornito all’olimpionico dal suo sponsor tecnico personale. La tesi dell’avvocato, sostenuta anche dall’allenatore Trevor Graham, è che questo massaggiatore avrebbe fatto a Gatlin un massaggio con una pomata particolare dopo la gara di staffetta a Kansas City. Gatlin avrebbe dunque ricevuto le sostanze non consentite «a propria insaputa», scoprendo a posteriori che il massaggiatore era un poco di buono, con passate implicazioni nel mondo del traffico di stupefacenti. Saranno i giudici dell’Usada a dire se questa tesi corrisponde alla verità dei fatti oppure se tenta solo di impedire la radiazione di uno degli atleti più famosi degli Stati Uniti.
La vicenda comunque fa scalpore in America a causa della sovrapposizione con le accuse di doping nei confronti del vincitore del Tour de France, Floyd Landis, e sul tema è voluto intervenire il canadese Ben Johnson - che a sua volta venne squalificato a vita perdendo gli ori di Roma 1987 e Seul 1988 - accusando il mondo dello sport di favorire gli illeciti creando una forte pressione sugli atleti. «La verità è che gli spettatori se ne fregano del doping - ha detto Johnson - perché tutto ciò che vogliono è vedere in azione l’uomo più veloce del mondo». Diverso invece il giudizio del velocista giamaicano Asafa Powell, grande rivale di Gatlin, secondo cui «è sbagliato pensare che tutti si drogano ed allora bisogna farlo per rimanere al livello degli altri». Come dire, non tutti cedono al doping. Nei confronti di Gatlin, Powell è molto cauto: «Sono deluso e sorpreso, la gente voleva vedere la sfida fra noi, non sappiamo ora se si potrà mai fare».