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16/3/2010 (7:44) - GUERRA SPORCA
I patrioti dell'era Obama
Un fotogramma di The Pacific
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Come in “The Hurt Locker” anche
per “The Pacific” di Spielberg-Hanks
l’eroe non è chi odia il nemico,
ma chi rischia la vita per il paese
MAURIZIO MOLINARI
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Giovani coraggiosi contro un nemico feroce che ha anche un lato umano: è questo il volto della guerra che Steven Spielberg e Tom Hanks portano sullo schermo con il serial The Pacific, interpretando una versione del patriottismo, incentrato sui soldati, che coincide con l’approccio non ideologico alla guerra che prevale nell’America di Obama. I dieci episodi su altrettante battaglie combattute dagli americani contro l’Impero del Sol Levante sullo scacchiere del Pacifico durante la II Guerra Mondiale «prefigurano cosa sarebbe avvenuto in Vietnam, Iraq e Afghanistan» secondo quanto sottolinea lo stesso Spielberg, spiegando: «Mentre in Europa si trattò dell’ultimo conflitto tradizionale fra grandi armate, in cui bastava alzare le mani per arrendersi, nel Pacifico i soldati si trovarono a combattere un conflitto senza regole, al quale non erano stati addestrati, contro un nemico brutale, dove l’orrore si sovrapponeva al razzismo».

Il racconto di quanto avvenne allora da Peleliu a Iwo Jima si basa sulle testimonianze di marines sopravvissuti e il primo episodio, dedicato alla battaglia di Tenaru sull’isola di Guadalcanal che segnò nel 1942 la prima sconfitta dei giapponesi fino ad allora invincibili, già riassume il messaggio per i telespettatori. I soldati sono giovani ragazzi del Mid-West, senza esperienza militare, che lasciano famiglia e affetti dopo l’aggressione di Pearl Harbour per essere catapultati in un conflitto senza trincee né confini, dove in luoghi dai nomi estranei avvengono scontri feroci e improvvisi che li portano a compiere inattesi atti di coraggio. Nelle caserme i comandanti addestrano le reclute con toni roboanti ad uno scontro ideologico fra il Bene e il Male e al momento dello sbarco sulle spiagge gli ufficiali incitano i soldati con toni razzisti a «uccidere tutti i giapponesi che incontrate» ma quando scoppiano le prime bombe sono proprio gli ufficiali ad essere travolti nella paura, lasciando a combattere davvero solo i soldati che trovano dentro di loro forza e coraggio per affrontare un nemico che ama più la morte della vita, proprio come avviene oggi con i kamikaze della Jihad islamica. I giapponesi si lanciano contro le mitragliatrici andando consapevolmente al suicidio collettivo, si fanno saltare in aria solo per portare via con loro qualche americano, esprimendo un livello di violenza che appare disumano a marines poco più che ventenni. Ma poi gli americani, dopo aver vinto la battaglia di turno, trovano fra i corpi dei nipponici foto di famiglia e piccoli portafortuna. E qui Spielberg e Hanks mettono in risalto l’umanità dell’avversario, proprio come aveva fatto Clint Eastwood in Lettere da Iwo Jima nel 2006.

In The Pacific il patriottismo dei marines non si materializza nell’odio dell’avversario ma nella capacità di affrontare la propria missione rischiando la vita in continuazione, proprio come avviene per il protagonista del film The Hurt Locker appena premiato con sei Oscar. Forse non è un caso che Mark Boal, autore di The Hurt Locker, abbia citato proprio Spielberg e Hanks come esempi da seguire «al fine di descrivere la guerra per come davvero è stata». Attraverso gli occhi dei soldati che l’hanno vissuta, come riassume Spielberg dicendo di «aver voluto descrivere i singoli episodi della guerra mettendosi dalla parte dell’anima di chi combatteva» e «veniva addestrato alla guerra dal nemico».
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