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16/10/2008 (7:36) - IL PERSONAGGIO
Il capitano Muku
alla guerra dei pirati
Pirati in azione sulle coste somale
A Londra una task force sulle rotte dei nuovi bucanieri
FABIO POZZO
LONDRA
E’ il nemico numero uno dei pirati del terzo Millennio. Non dorme mai più di una settimana nello stesso letto: oggi è a Londra, domani in Nigeria, dopodomani in Somalia. E poi nel Borneo, in Malesia o nel mar della Cina. Nulla si sa della sua vita privata: se sia sposato, se abbia figli, dove abiti. Un’esistenza nel riserbo, per ragioni di sicurezza, e sotto pressione: tanti governi «canaglia» hanno provato a fermare la sua guerra contro i novelli filibustieri che assaltano navi e bastimenti sulle rotte del business.

Pottengal Mukundan, nome di battaglia capitan Muku, è un indiano di circa sessant’anni. Il cacciatore di pirati è il direttore dell’International Maritime Bureau, l’intelligence anti-pirateria e frodi marittime che fa capo alla Camera di Commercio internazionale. Un centro finanziato dagli armatori e assicuratori di mezzo mondo che ha sede a Londra e centrale operativa a Kuala Lampur, diretta dal braccio destro di Mukundan, il malese Noel Choong, sul cui capo pesa una condanna a morte dei pirati.

Capitan Muku ha cominciato la sua carriera di investigatore nel 1981, ha scalato tutti i gradini dell’International Maritime sino a diventarne il capo nel ‘96. Il suo ufficio si affaccia sul Tamigi da un grattacielo di vetri e cemento. E’ un grande open space dove lavorano una quarantina di persone. Sono quasi tutti giovani, con lo sguardo immerso negli schermi dei computer. Il silenzio che vi regna è tombale. Anche il capitano Muku ha sempre uno schermo acceso. I suoi spazi sono semplici, asettici. Una scrivania in legno chiaro, nessuna fotografia, i telefoni. Sembra quasi un ragioniere. Minuto, brizzolato, sempre in giacca e cravatta, occhiali di metallo. E uno sguardo tagliente, che ti prende e non ti molla più. Gli occhi di un cacciatore di pirati.

I bucanieri degli anni Duemila negli ultimi 25 anni, e solo nei mari del Sudest asiatico, hanno abbordato 17 mila navi. Una ciurma pericolosa e variegata: ribelli, cammellieri convertiti, assassini, disperati, alcuni in contatto con gruppi terroristici e signori della guerra (in Somalia). Ma anche organizzazioni agguerrite e sofisticate, controllate dalle mafie (nei mari della Cina), che seminano il terrore sugli oceani, uccidendo e razziando, con pesanti ripercussioni sui traffici commerciali: si calcolano perdite sino a 16 miliardi di dollari l’anno. Gli ultimi dati sono allarmanti: gli attacchi nel 2007 sono stati 263, in aumento del 10% sul 2006. Nei primi sei mesi del 2008 sono arrivati a quota 114: 71 navi assaltate, 12 dirottate, 11 incendiate; 190 persone prese in ostaggio, 7 uccise e altrettante disperse. Colpisce soprattutto l’escalation della violenza: gli scontri armati l’anno scorso sono aumentati del 35% rispetto a 2006. «Questi sono dati relativi alle denunce registrate dall’Imb. Corrispondono al 60% circa degli assalti, il 40% restante resta nel silenzio. Spesso gli armatori preferiscono non segnalare l’attacco per non vedersi aumentare i premi assicurativi» spiega Nicolò Carnimeo, docente di diritto della Navigazione all’Università di Bari, massimo esperto italiano di pirateria moderna, argomento sul quale sta scrivendo un libro-indagine.

È il capitano Mukundan a dare l’allarme, a chiedere l’intervento delle Marine. La sua è una linea rossa, collegata non solo con i comandi generali militari americani, inglesi, francesi, italiani, ma anche con governi, organizzazioni internazionali e, anche se lui non lo dice, con unità speciali anti-terrorismo e servizi segreti. «E’ una guerra - spiega -. L’allarme arriva tramite lo ShipLoc, un sistema satellitare di rilevamento presente a bordo di molte unità mercantili. Oppure, attraverso una help line attiva 24 ore su 24». Ogni nave è un’antenna, insomma. L’arma principale dell’International Maritime Bureau è l’informazione. «Noi agiamo sui governi degli Stati dove avvengono gli atti di pirateria. Sono loro che hanno gli strumenti e possono intervenire. Purtroppo hanno scarse risorse: la lotta contro i pirati costa. Spesso poi hanno problemi politici interni, e di solito ad essere attaccati sono cargo e petroliere che non battono la loro bandiera. Hanno, insomma, la scusa per non interessarsene. Con i nostri report, però, esercitiamo pressioni. Li convinciamo ad intervenire: non possono certo dire che non sapevano».

E se i governi non ci sentono? «Promuoviamo interpellanze parlamentari. Il deputato denuncia quanto sta accadendo, chiede i motivi della mancata reazione. Inizia così un processo politico per accantonare le risorse». E se ancora non funziona? «Esercitiamo pressioni sulla stampa». Lo Stretto di Malacca, il canale di 500 miglia che separa l’Indonesia dalla Malesia, una delle più importanti «autostrade» del business, è stato a lungo una Tortuga: 258 attacchi di pirati denunciati tra il 2002 e il 2007. Tanto che i Lloyd’s lo hanno classificato come zona di guerra. Nel 2008, però, gli assalti sono diminuiti: solo due. Il merito va anche al capitan Muku e alle sue pressioni, che hanno portato i governi delle due nazioni ad entrare in guerra contro i nuovi bucanieri. I quali, ora stanno imperversando soprattutto in Nigeria e Somalia, prendendo di mira navi e flotte da pesca, e nei Caraibi contro gli yacht. Il cacciatore crede soprattutto nella prevenzione. «Quando i pirati hanno già preso ostaggi, abbordare la nave può diventare molto pericoloso».

A Londra, intanto, s’è fatto buio. Il telefono sulla scrivania si mette a squillare. E’ il campanello rosso. Capitano Muku stira un sorriso. Da qualche parte nel mondo i suoi nemici sono tornati in azione.
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