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10/10/2008 (7:32) - TENDENZE
Dove osa il marketing
lo sport si fa pacchiano
Mario Cipollini con tuta radiografia allo start di una cronometro
STEFANO SEMERARO
François Sagan diceva di amare il rugby «non perché è violento, ma perché è intelligente». Aveva ragione, ma non sospettava che sarebbe diventato anche uno sport modaiolo, tendente al dandy. Fosse ancora viva oggi, l'autrice di «Bonjour Tristesse», chissà come commenterebbe l'ultima mise dei giocatori dello Stade Français, la squadra di rugby della sua Parigi: una serie di vivacissimi scacchi che ritraggono, con variazioni di colore che fanno pensare ad Andy Wharol, Bianca di Castiglia, eroina della Parigi del XIII secolo, moglie di Luigi VIII. Dal fango ai lustrini.

Alta moda o mezza farsa? Max Guazzini, il vulcanico presidente dello «Stade», grandissimo promoter e genio mediatico, non è nuovo a uscite del genere. Nelle scorse stagioni aveva fatto esibire i suoi ragazzoni in tenuta rosa shocking, o con t-shirt marroni decorate da enormi gigli. Con esiti non trascurabili anche sull'export: l'anno scorso il club vendette in Inghilterra 10 mila pezzi della versione kaki, 6 mila di quella rosa. In campo ormai funziona come in passerella. Un tempo le tenute bizzarre facevano sbellicare, oggi sono utilissime ancelle del marketing. Se un tempo la moda nata dallo sport - pensate a Lacoste, o a Fred Perry - suggeriva canoni di eleganze caste ed essenziali alla vita di tutti i giorni, fra meravigliose polo e candide flanelle, oggi l'importante è stupire. Convincere il fan che quella è la maglia giusta, da acquistare subito, mettendo in naftalina l'orrore dell'anno scorso, anche a costo di sfidare l'ultima frontiera del pacchiano.

Gli appassionati di calcio si ricorderanno le tenute multicolori di Jorge Campos, il portiere del Messico ai Mondiali del 1994. Incubi pappagalleschi, che probabilmente avevano più lo scopo di abbagliare gli attaccanti avversari che di proporsi come capetti portabili anche nel tempo libero. Un po' come l'elmetto tedesco indossato a inizio anni '70 prima delle prove della discesa libera di Kitzbuhel dallo sciatore azzurro Erwin Stricker: goliardia, non prêt-à-porter. Negli Usa ancora prendono in giro (o idolatrano, dipende) le divise di gioco a righe arancioni degli Astros di baseball a cavallo fra anni '70 e anni '80, ribattezzate «tequila sunrise» e che forse avrebbero imbarazzato anche i Village People. Poco più tardi i pigiamoni dei Chicago White Sox fecero inorridire i fans e anche i Denver Nuggets, nella Nba di basket, con l'orrenda montagnetta stilizzata e «pixelata» che attraversava la canotta, fissarono uno standard negativo difficilmente raggiungibile. Tornando al calcio, c'è chi si è preso la briga - guarda caso il britannico «The Sun» - di stilare addirittura una classifica delle maglie più terrificanti. Campos a parte, si va dai triangoloni neri su sfondo giallo, fra segnaletica stradale e Keith Haring, dell'Arsenal 1991, al giallino del Norwich 1993. Dal grigiore deprimente cui si votarono per un anno i rossi del Manchester United al devastante arancione tigrato, degno di Cavalli, dell'Hull City edizione 1993. Scelte grottesche di cui si ridacchiava. Oggi non più. Uno dei primi a intuire che strapazzare le pupille borghesi anche su un campo da gioco conveniva fu Andre Agassi (e la Nike), nel tennis di inizio anni '90, le cui mise a base di pantaloncini in jeans e magliette a righe fluorescenti scandalizzarono l'allora presidente della Federazione internazionale Philippe Chatrier. «Incubi di sartoria», li definì Chatrier, Agassi gli diede del «bozo», del buffone. A lungo andare ha avuto ragione il Kid di Las Vegas, che pure negli ultimi anni di carriera si era convertito a monocromie zen. Nel golf sono arrivati gli incresciosi medaglioni stampati sulla maglia della squadra di Ryder Cup, nel ciclismo le fantasie alla Mondrian di Hinault e le tutine stile lezione di anatomia di Cipollini, nel calcio i liquami lavici e serpeggianti sulle maglie di Coppa dell'Athletic Bilbao 2005 (forse l'orrore assoluto), ancora nel tennis le tuniche fetish di Serena Williams. Ormai la deregulation impera, incatalogabile. Mancano tacchi, piume e bustier alla Vivienne Westwood. Palla avanti, e sculettare.

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