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20/7/2008 (9:41) - DOMENICA CON...
Caterina Bon Valsassina: "Così salviamo la bellezza del mondo"
Caterina Bon Valsassina, Direttrice dell’Istituto superiore per il restauro
ALAIN ELKANN
Caterina Bon Valsassina, lei da sei anni è direttrice dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro. Quando fu fondato?
«L’allora ministro Bottai lo aprì nel 1939, con il nome di Istituto Centrale del Restauro: aveva l’obiettivo di unificare i metodi di restauro in tutta Italia».

Che percorso ha fatto prima di arrivare a ricoprire questo ruolo?
«Sono una storica dell’arte: mi sono laureata con Mina Gregori a Firenze. Poi ho lavorato a Napoli, otto anni a Palazzo Venezia, in Kenya come addetto culturale dall’87 all’88, un anno a Roma e quindi dieci anni in Umbria. Dopo tutto questo percorso sono diventata Sovrintendente a Brera e poi nel 2001 dirigente e quindi direttore dell’Istituto Centrale del Restauro».

Perché l’Istituto ha cambiato nome e che risonanza ha all’estero?
«Ha cambiato nome perché ha più sedi su tutto il territorio nazionale: ad esempio c’è Matera per la formazione e Spoleto per il Centro di diagnostica. Intanto in questi ultimi anni i restauratori italiani si sono distinti in tutto il mondo in modo straordinario».

Dove?
«In Cina siamo stati chiamati per fare il padiglione della suprema armonia nella città proibita: abbiamo restaurato un cantiere misto di venti persone dal 2005 e abbiamo lavorato ai materiali di pietra in esterno e al trono di legno dell’imperatore e ai dipinti murali all’interno. In India invece facciamo un lavoro bellissimo nel sito archeologico di Ajanta, dove ci sono delle grotte buddiste scavate nella roccia con dipinti murali e sculture. E’ un luogo di straordinaria suggestione e abbiamo già avuto lì quattro o cinque missioni e concluso il progetto conservativo. Ora aspettiamo di andare avanti».

Si lavora in modo diverso in Europa e in Asia?
«L’esportazione del nostro lavoro va molto bene per tecnologie e indagini, ma per l’intervento diretto è più complesso perché mentre noi integriamo loro fanno tutto nuovo. Noi lavoriamo più sulle lacune che su quello che è rimasto».

E’ vero che l’Iran vi ha chiesto di restaurare la tomba di Ciro?
«Sì, è vero. E’ un monolite in mezzo al deserto e cominceremo il rilievo architettonico quanto prima».

Quali sono gli altri Paesi che vi hanno chiamato?
«Abbiamo un grande progetto in Egitto per fare un corso di formazione ai restauratori dei musei egiziani e anche un master plan per la realizzazione del nuovo allestimento del Museo del Cairo».

E in Israele?
«Facciamo un progetto di restauro per i rotoli del Mar Morto: l’Icr organizza un progetto di solito molto apprezzato dai restauratori della patologia del libro. C’è anche una scuola di restauro che è guidata da noi a Belgrado ed abbiamo una coda di lavoro in Kosovo. Infine partirà un progetto per il Perù».

E in Afghanistan?
«Non ci fanno più andare, ma vengono gli afgani da noi a fare un corso finanziato insieme al ministero degli Esteri ogni anno a settembre/ottobre».

E l’Iraq?
«Abbiamo in corso i lavori per il restauro di Nimrud. E poi abbiamo messo su nel 2004 un laboratorio del restauro di emergenza».

Quanti specialisti lavorano a questi progetti?
«Ho duecento persone che lavorano con me: abbiamo sia la nostra sede storica a San Pietro in Vincoli sia dei laboratori a San Michele. Una quarantina di loro sono chimici, fisici e biologi. Ma poi ci sono anche molti storici dell’arte, archeologi, architetti e grafici».

Quante opere restaurate?
«Dipende da quanti allievi abbiamo. Adesso la scuola è chiusa da circa due anni e abbiamo la coda di vecchi allievi del terzo e quarto anno. Stiamo portando l’insegnamento da quattro a cinque anni, un’operazione che è già stata fatta in Francia. Devo dire che loro l’hanno fatta in quattro mesi, noi siamo fermi da quasi quattro anni! Ci sono stati due governi in mezzo, però adesso il nuovo esecutivo sta cercando di risolvere la situazione».

La vostra scuola ha una fama eccellente?
«Sì, sia Firenze che Roma sono ottime. C’è un docente per ogni due o tre allievi e quindi possono lavorare davvero sulle opere di pregio e farsi la mano. Anche le Università oggi vogliono fare delle scuole di restauro ma forse non è proprio la stessa cosa».

Potrebbe spiegarmi come si diventa dei restauratori?
«I restauratori sono persone molto motivate e appassionate. E devono avere una grande abilità manuale».

In che senso?
«Per entrare alla scuola bisogna prima superare le prove pratiche e poi quelle teoriche. Un dieci di storia dell’arte e un sei in attività manuale non bastano per essere accettati».
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