19/12/2007 (10:59)
- LA PRESIDENZA USA
L’ultimo anno di George W.
La corsa elettorale paralizzerà lamacchina dell’amministrazione per tutto il 2008
CRISTOPHER LOCKWOOD
Lo si ami o lo si odi, e i sondaggi rivelano che circa un terzo degli americani ancora lo sostiene, George Bush sarà ancora presidente per tutto il 2008 e per i primi 20 giorni del 2009. Tuttavia, con il Congresso controllato dai Democratici (per non dire di un Partito Repubblicano che tende sempre più a distanziarsi dal presidente) e le incertezze di una corsa alla presidenza mai così aperta negli ultimi 80 anni, il 2008 sarà probabilmente un anno di stasi profonda. Sul fronte interno, dove non si fa nulla senza che la Casa Bianca e il Congresso siano d'accordo, la paralisi sarà pressoché totale. In politica estera, dove il presidente ha più libertà di agire, ci dovrebbero essere più possibilità, anche se questo presidente si è così indebolito, e i problemi sono talmente difficili da risolvere che anche qui ci saranno ben pochi margini di miglioramento.
Le cose sarebbero potute andare molto diversamente. La storia è piena di esempi di governi divisi che hanno raggiunto grandi risultati, perché solo quando i rischi politici sono equamente divisi tra le due parti si riescono a fare le riforme più coraggiose. Ma il 2007 è stato un anno fosco per la politica interna: il tentativo di riformare la politica sull'immigrazione è stato stroncato da attacchi sia da destra che da sinistra; il piano di riforma della sanità del presidente era già dato per morto quando è entrato nella Camera dei Rappresentanti; il bilancio è stato discusso in un parapiglia di veti e controveti. Nel 2008 andrà meglio solo nel senso che, in mancanza di seri tentativi di iniziativa politica, si ridurranno anche gli scontri. Una possibile area di cooperazione (ma non aspettiamoci più di tanto) potrebbe essere riguardo il riscaldamento globale.
La Casa Bianca ha fatto passi da gigante verso l'accettazione dell' origine umana del problema: sebbene l'amministrazione difficilmente appoggerà i programmi dei democratici per ridurre le emissioni di carbonio, potrebbero esserci terreni d'intesa su iniziative di minore portata, ad esempio l'introduzione di norme più restrittive per le emissioni degli autoveicoli. Le altre grandi questioni di politica interna che necessitano di riforme, come immigrazione, sanità e previdenza sociale, dovranno tutte attendere l'arrivo della nuova amministrazione.
In teoria la politica estera potrebbe essere più interessante. Bush e il segretario di stato Condoleezza Rice si sono impegnati a fondo per ricostruire i rapporti con gli alleati dell'America sia europei che asiatici e le iniziative della Rice in questa direzione continueranno anche nel 2008. La missione di migliorare le relazioni tra le due sponde dell'Atlantico è stata notevolmente facilitata dall'avvento di Nicolas Sarkozy alla presidenza francese, proprio mentre anche Angela Merkel spingeva per un'evoluzione dei rapporti tra Germania e Stati Uniti. La diplomazia europea spera che continui il graduale ritorno dell'America a un pieno coinvolgimento negli organismi multilaterali come le Nazioni Unite. Inoltre i successi ottenuti nella "denuclearizzazione" della Corea del Nord potrebbero preludere a un periodo di più fattiva collaborazione tra America e Asia.
Saranno però sempre l'Iraq e l'Iran a incombere sulla politica estera americana. Per quanto riguarda l'Iraq, il presidente ha dichiarato la sua intenzione di mantenere sul posto ingenti truppe (forse più di 100 mila uomini) fino alla fine del suo mandato, ostacolando così di fatto sia un catastrofico deterioramento che un netto miglioramento della situazione. I democratici del Congresso, che nell' estate del 2007 hanno tentato invano di porre fine al conflitto, difficilmente ci riproveranno nel 2008. Ciò significa che sarà il successore di Bush, chiunque sia, ad ereditare la patata bollente del disimpegno dall'Iraq. In ogni caso è probabile che sia l'Iran la vera chiave di volta dell' ultimo anno di presidenza Bush. L'amministrazione si è impegnata a fondo per un approccio diplomatico multilaterale che però non ha dato alcun frutto.
È verosimile che nel 2008 l'America possa tentare un intervento militare unilaterale, nel qual caso i rapporti con molti dei suoi alleati farebbero registrare un notevole passo indietro.