19/12/2007 (10:48)
- LE APERTURE DI PECHINO
Le Olimpiadi non cambiano
la politica cinese
L’alleggerimento della pressione non si spiega soltanto con l’arrivo dei Giochi
SIMON LONG
«La Cina è sulla ribalta mondiale » sostiene un importante diplomatico cinese, «ma con le spalle girate al pubblico ». Ovviamente questa è un’esagerazione (i leader cinesi sono ben consapevoli dell’opinione internazionale), ma contiene un seme di verità che val la pena ricordare, mentre la Cina si prepara a l suo debutto in società sulla scena del mondo, ovvero i Giochi olimpici di Pechino del 2008. Le priorità del suo governo sono soprattutto interne: far fronte agli enormi cambiamenti portati dal suo spettacolare e prolungato boom economico e alle frustrazioni di chi è rimasto al palo.
Le stesse Olimpiadi rappresentano ovviamente un’occasione per dimostrare al mondo la rapida modernizzazione della Cina, ma ancor più importante è il pubblico di casa, e l’opportunità di provare come il governo comunista sia stato capace di restaurare il prestigio del paese. Questo pone alcuni vincoli sull'atteggiamento della Cina, che certamente non vuole vedere i suoi Giochi rovinati da boicottaggi politici, come è avvenuto a Mosca 1980 e Los Angeles 1984. È stata proprio questa l’argomentazione usata da molti per giustificare la controversa decisione di assegnare i giochi a Pechino, il fatto cioè che obbligherà i cinesi a tenere a freno gli abusi in materia di diritti umani.
Viceversa i cinesi rischierebbero nel peggiore dei casi l’ostracismo internazionale e nel migliore dei casi una pessima stampa: i giochi olimpici potrebbero quindi essere ricordati, più che per la metamorfosi della capitale cinese e i successi dei suoi atleti, per le sopraffazioni della polizia e la museruola messa ai dissidenti. Di fatto in Cina c'è stato un leggero allentamento della repressione, che però non ha quasi niente a che vedere con le Olimpiadi. Così l'attenzione si è spostata sull'atteggiamento della Cina sul piano internazionale, e sulla speranza che le Olimpiadi la aiutino ad assumere quel ruolo di responsabile protagonista del sistema mondiale auspicato specialmente dagli americani. In questo senso in effetti qualche segno si intravede.
La Cina non sembra più tanto legata da tradizionale amicizia o legami commerciali con i cosiddetti paesi «canaglia », che finora hanno ostacolato non poco i tentativi dell' Occidente di tenere a freno questi regimi. Prendiamo ad esempio la Corea del Nord, per la quale la Cina ha acquistato un certo credito avendo cooperato nei negoziati multilaterali a sei (con Stati Uniti, Giappone, Russia e Corea del Sud) mirati a convincere Kim Jong II a iniziare lo smantellamento del proprio arsenale atomico. Anche in questo caso, tuttavia, le Olimpiadi c’entrano poco.
In effetti, più che una concessione ai propri partner si è trattato di un riconoscimento del proprio interesse a impedire il crollo del regime di Pyongyang. Infatti quali che siano i risultati raggiunti, gli aiuti che arriveranno grazie all'accordo sul nucleare contribuiranno a puntellare quella brutale dittatura. Né le Olimpiadi possono prendersi il merito di avere fatto sì che la Cina prendesse le distanze dal governo del Sudan o decidesse di impegnarsi maggiormente alle Nazioni Unite per portare la pace nella regione del Darfur, o che rinunciasse al diritto di veto sulla censura del regime del Myanmar a seguito della brutale repressione della rivolta di monaci dello scorso settembre.
In entrambi i casi l'isolamento di questi regimi era tale per cui la Cina aveva poco da perdere ammorbidendo il suo atteggiamento; una risoluzione pacifica faceva del resto l'interesse anche dei cinesi. I giochi olimpici avranno un qualche impatto su quelle che la Cina insiste a definire suoi «affari interni», ma che invece gran parte del mondo considera questioni di politica internazionale. Continueranno i saltuari negoziati con i rappresentanti del Dalai Lama, il leader spirituale del Tibet attualmente in esilio, ma più per tenersi buona l'opinione pubblica internazionale che per cercare un effettivo accordo con i tibetani.