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22/3/2010 (7:33) - REPORTAGE
Il Cavaliere sfida le regioni rosse lontano dalle piazze
Berlusconi e Anna Maria Bernini, candidata alla Regione Emilia Romagna
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Sala riservata a Bologna
e hotel a Firenze
PIERANGELO SAPEGNO
INVIATO A FIRENZE
Dalla magistratura a Bersani, Silvio Berlusconi sceglie di andare nella casa del nemico per attaccarli, da Bologna a Firenze in 7 ore o giù di lì, tutto compreso, qualche sparuto fischio per strada e i lunghi applausi che gli fanno da cornice nelle sale a numero chiuso. Tanto le regionali, ormai, sono diventate un voto politico. Si fa il suo giro in mezzo alle bandiere, perché ormai ci sta facendo il callo, e adesso finisce che le guarda quasi come se fossero delle persone, quando dice che gli dà un’emozione forte vederne così tante. Alle 11 a Bologna e alle 5 della sera a Firenze, con una pausa in albergo per riposarsi, mentre fuori nella piazza ci sono giovanotti con le magliette viola che fanno un po’ di baccano, tenuti al largo dai furgoni dei carabinieri. Sotto le due Torri, invece, era stata quasi una festa, perché quando era passato c’erano stati solo i tifosi che lo acclamavano, assieme a quelle bandiere un po’ afflosciate davanti al megaschermo di piazza Galvani, che riportava per gli esclusi l’immagine così ingigantita della sua conferenza stampa. Niente tribune sotto al cielo, niente luoghi aperti, niente sfilate in mezzo alla gente: tutto questo l’aveva lasciato a Roma, alla commozione di incontrare tante «facce pulite», «tutta quell’energia», come dice lui, mentre ripete che non vuole entrare nella polemica sui numeri, che quasi non lo riguarda. Gli è bastato «riscaldarsi il cuore» così.

A Bologna, in fondo, va così bene che la Digos deve intervenire non per proteggere lui, ma l’unico contestatore che si fa vivo sventolando una copia de «L’Internazionale» e qualche offesa da farsa. Lo circondano i ragazzi delle bandiere e lo zittiscono le donne, perché la piazza è piena di ragazzi con i jeans e i capelli corti e di donne con i tacchi a spillo. Gli stanno intorno, lo spingono, lo allontanano e qualcuno vorrebbe anche malmenarlo, alla faccia del partito dell’amore. Gli agenti della Digos lo isolano in fretta e lui si lamenta come un bambino: «Ho 22 anni, fatemi protestare». Quelli del partito dell’amore non sono molto d’accordo: «Sei un rifiuto della società! Vattene, comunista di merda!». Così se ne va. Dentro, nella sala e sul megaschermo, il premier sta spiegando alla sua gente la nuova discesa in campo, perché lui avrebbe voluto starsene fuori da queste elezioni. «Ma mi sono trovato contro una serie impressionante di violazioni e di menzogne per fare scandalo e impedire di far conoscere ciò che di bello e concreto si era fatto col governo». Dice che a L’Aquila non si è parlato delle case e dei quartieri che si sono costruiti, «ma è stato tutto annegato dentro a uno scandalo», che ha cercato di infangare la figura di un eroe nazionale come Bertolaso: adesso si vede che lui non ha fatto niente, ma per giorni si è andati avanti con insulti e bugie. Su Trani, «la Procura non ha nemmeno competenza territoriale. E quel che è più grave le intercettazioni sono state date in pasto ai giornali». Le intercettazioni «sono assolutamente uno strumento non idoneo: per di più una volta scritte assumono un altro significato. I cittadini non possono essere ascoltati!». Per questo, chiosa il premier, ha dovuto prendere parte alla tenzone.

Dalla piazza applaudono: «Meno male che Silvio c’è». Quanto il Paese sia diverso, e quanto sia cambiata Bologna, lo vedi anche da questo, dalla gente che passa e sorride, o che fa finta di non vedere, da tutti quelli che stanno lontano, e da tutte queste bandiere che sventolano da sole. A Firenze, per esempio, non è così. Lui si ritira nel grand hotel davanti alla piazza che si riempie in fretta di giovani dell’extrasinistra che cominciano a urlare e protestare e che cercano di passare il cordone della polizia. Due fermati. Ma poi, quando Berlusconi sale in macchina, per andare con la scorta verso palazzo Corsini, dove davanti a duecento eletti terrà il suo secondo incontro di questo tour de force nelle regioni rosse, altre quaranta persone lo contestano lungo la strada. Sono fischi e buuuu che si mischiano ai cori da stadio: forse è per questo che molti di loro hanno magliette viola addosso. Sventolano due bandiere arcobaleno della pace (di nuovo bandiere...), gridano: «Dove sei? Esci fuori! Fatti vedere!!!». Poi insulti sparsi: «Vergogna!», «Impunito!», «Piduista!». Qualcosa gli deve rimanere nelle orecchie, perché poi quando incontra i duecento scelti per ascoltarlo si lamenta quasi con amarezza di questo partito dell’opposizione di cui non ci si può fidare, perché è «l’opposizione del no assoluto». Quindi niente faccia a faccia con Bersani, e niente riforme assieme.

Però, Berlusconi alla fine è sempre lui, e se c’è l’anomalia della magistratura italiana, se c’è questa sinistra antidemocratica che governa l’Emilia e la Toscana, però c’è la sua gente e ci sono le donne. Vicino a lui a Bologna c’è Anna Maria Bernini e a Firenze Monica Faenzi, che si liscia ininterrottamente i capelli corti, come se fosse così emozionata. Lui sorride, strizza l’occhio: «Sui candidati il presidente non è intervenuto. Ma devo dire che un minimo di intervento sulle candidate c’è stato». E che Bersani lo chiami pure capopopolo. Beppe Grillo, il giorno prima a Bologna l’aveva preso in giro: «Dovrebbero dargli il premio di c... dell’anno. Lo ascoltano da una vita e lui continua a dire tutto al telefono». Che importa. Gli va pure bene che il 25 marzo Michele Santoro porti in piazza a Bologna il suo spettacolo: «Vuol dire che c’è democrazia. Evviva!». Lui va a gonfie vele, e lo viene a dire qui, in terra nemica: «A chi parla di declino di Berlusconi, dico solo che dopo le elezioni avevo il 68 per cento del consenso, e adesso sono sceso al 61, mentre Sarkozy è al 32, la Merkel al 40, e Obama al 42: io sono il recordman delle democrazie occidentali. Come si può pensare che un leader al 61 per cento del consenso sia in declino?».
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