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10/10/2008 (7:25) - RETROSCENA
Walter, Silvio e l'amore
finito prima di iniziare
Berlusconi e Veltroni sono di nuovo ai ferri corti
Fino alle Europee il confronto avverrà soltanto in Parlamento
AUGUSTO MINZOLINI
Sono passate da poco le 18 di ieri pomeriggio e nell’anticamera della sala conferenze di Palazzo Chigi, seduto ad un tavolo Silvio Berlusconi sospira sull’ultima polemica che gli ha tirato addosso il centro-sinistra, l’emendamento salva-manager finito al senato nel decreto per Alitalia (due righette che rischiavano di garantire l’impunità penale ai protagonisti dei crack Cirio e Parmalat). «Io - spiega - di questa storia non ne sapevo niente. E comunque Tremonti mi ha assicurato che l’emendamento è stato tolto. Il caso è chiuso... restano solo le polemiche del centro-sinistra ma quello è... il dialogo».

Ormai la parola, dialogo, è pronunciata con ironia dal Cavaliere. Ma anche il suo interlocutore, o meglio quello che dovrebbe dialogare con lui non è da meno. Ore 9,30, buvette di Montecitorio, Walter Veltroni, sorseggiando un cappuccino, dice la sua sul dialogo mancato. «Berlusconi - si lamenta - considera la politica come un consiglio d’amministrazione: «Ho vinto le elezioni e comando io». Io gli offro collaborazione davanti alla crisi finanziaria e lui mi risponde: «chi se ne frega?». Qualcuno altro avrebbe gettato i fogli all’aria. Io, invece, me ne sono rimasto calmo, ormai so che è inaffidabile. Se dopo le europee torneremo a dialogare? Io in Parlamento darò il mio contributo, ma non credo che si potrà più arrivare alla formula politica del dialogo. Anche perché prima o poi uscirà sempre fuori un emendamento magari per salvare Cragnotti...».

Appunto, solo in Parlamento. Niente più strette di mano e «cheese» davanti ai flash dei fotografi. In fondo anche il Cavaliere è d’accordo, non tollera più contatti sottobanco e magari tentativi di scavalcamento. «D’ora in avanti - ha promesso tre giorni fa ai deputati della Pdl - con l’opposizione non parleremo più io e Letta, ma solo i capigruppo». Non potrebbe essere altrimenti, per il premier il «dialogo» si è trasformato in un gioco senza senso. «Come possiamo andare a parlare - si chiede nel pomeriggio a Palazzo Chigi - con chi il 25 ottobre va in piazza per dire che portiamo il Paese alla dittatura? Sono una persona concreta. Che per dialogare è pronta a farsi convessa o concava. Ma non mi faccio più prendere in giro. Questa opposizione dialoga solo a parole senza fatti. Per la presidenza della commissione di vigilanza Rai gli abbiamo chiesto una persona che abbia i requisiti. Ci hanno presentato un personaggio di una forza politica che usa la tv come arma. Alla Consulta, dove loro hanno la maggioranza, da quasi un anno si è dimesso un giudice espresso da noi e non abbiamo avuto la possibilità di sostituirlo. La Corte vuole un esperto di diritto penale e noi lo abbiamo, ma tutto è bloccato. Se volessi dialogare con loro in queste condizioni dovrebbero togliere la fiducia a me».

Anche Veltroni, al mattino, si sfoga usando il linguaggio dell’innamorato deluso. La rottura si è consumata da qualche mese ma la ferita non si è rimarginata. «Pure gli uomini che stanno attorno al Cavaliere - insinua - non ne possono più del monarca assoluto. Guzzanti è solo la punta di un iceberg. Perché ce l’ho tanto con lui? Per la storia di Alitalia. Io mi sono adoperato per dare una mano. Ho telefonato a Letta mentre avevo Epifani e Colaninno in casa e lui il giorno dopo, prima di andare da Mességué, mi accusa di aver fatto saltare l’accordo... Non ci ho visto più. Anche il no su Orlando alla vigilanza Rai è insostenibile. Non si può impiccare una forza politica ad una parola. Se noi dovessimo stare appresso a tutte le volte che Bossi agita il dito medio staremmo freschi. Voi sapete cosa penso di Idv ma abbiamo preso un impegno. La rosa di nomi? Sì, ma con dentro solo esponenti dell’Idv».

E’ una conversazione tra sordi. Gli altri li spingono a dialogare ma loro non ci pensano proprio. Al Cavaliere sta bene così, decisionismo e autosufficienza pagano: il suo indice di gradimento è arrivato al 69,3%; i soldati nelle città hanno fatto diminuire del 50% i reati di strada. Il premier deve solo calibrare l’atteggiamento per non dare l’impressione di voler allargare la sua sfera di influenza sull’onda della popolarità. Se Tremonti sostiene senza peli sulla lingua che il management delle banche che ricorreranno all’aiuto dello Stato se ha sbagliato dovrà fare le valigie o, al massimo, assicura che «le situazioni, come vuole l’Europa saranno valutate caso per caso», il premier è più prudente. Lascia la responsabilità della possibile pulizia alla Banca d’Italia: «Saranno gli ispettori della Banca d’Italia a dire se qualcuno ha sbagliato». Con quell’imprimatur nessuno potrà aprire bocca. E comunque a lui ora interessa tenerle solo sul ceppo. Anzi, il premier per dimostrare che è ecumenico con tutti meno che con Veltroni, confida di aver dato una mano anche a un banchiere vicino al Pd come Profumo: «Quando Unicredit ha aumentato il capitale anch’io ho fatto le mie telefonate per trovare i finanziamenti, anche alle Generali».

Un aiuto a Colaninno per Alitalia. Un altro a Profumo per Unicredit. Tutti amici di D’Alema se si va a vedere, cioè all’esponente del Pd che più teorizza il dialogo in questo momento. Appunto, il Cavaliere applica a menadito la vecchia legge divide et impera. E Veltroni? Lui nel nocciolo duro del potere bancario non è mai entrato. Quella è sempre stata roba dei suoi avversari di oggi, Prodi e D’Alema. E se il Professore dall’Africa ha fatto sapere ai suoi che «a Profumo gliela faranno pagare per motivi politici», Veltroni davanti al cappuccino del mattino si appella ad un principio generale senza battere un ciglio: «E’ difficile immaginare che se una banca arrivasse al fallimento il management si possa salvare».
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