9/10/2008 (7:28)
- IL RETROSCENA
Il Cavaliere e le banche sotto schiaffo
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| Berlusconi con il ministro Tremonti e Mario Draghi
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MULTIMEDIA |
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Gli istituti che ricorreranno al afondo statale saranno costretti a cambiare il management
AUGUSTO MINZOLINI
ROMA
Intorno a lui tutto il mondo sta cambiando. I grandi papaveri della finanza straniera, quelli che ieri facevano il bello e il cattivo tempo sui mercati, rischiano di finire in galera. I grandi banchieri nostrani, quelli che per quindici anni hanno interpretato il vero potere nel Belpaese, intervenendo su tutto dall’economia ai grandi giornali, che per anni lo hanno snobbato prima come imprenditore poi come uomo politico, adesso debbono rivolgersi a lui con ben altri toni per essere salvati. E lo stesso Walter Veltroni che appena una settimana fa, con lo tsunami finanziario già in movimento, lo definiva un Putin nostrano, adesso chiede di collaborare per scongiurare la crisi e depotenzia, per non dire sconvoca, quella che doveva essere la manifestazioni delle manifestazioni contro il governo.
A Silvio Berlusconi, che è un uomo di esperienza, questi segnali dimostrano la profondità della crisi. Quando sarà superata nulla sarà più come prima e la geografia del potere nel globo e nello stivale sarà profondamente modificata. Ieri a Palazzo Grazioli, a Palazzo Chigi, al ministero dell’Economia i collaboratori del premier e di Giulio Tremonti hanno tenuto sempre sotto controllo le notizie provenienti dalla borsa. Hanno osservato gli alti e bassi di Unicredit, hanno interpretato le solite voci poco chiare sulla quantità dei titoli «intossicati» nei portafogli delle nostre banche, si sono informati su altre indiscrezioni, tutte da verificare, come il fagotto di titoli Lehman in mano alle Poste italiane. E l’altalena del mercato finanziario si è ripercossa sul tipo di provvedimenti che il governo avrebbe messo nel decreto legge varato ieri sera. Per tutta la giornata il premier ha tentato di armonizzare due esigenze: dare fiducia al Paese e, contemporaneamente, non dare l’impressione di sottovalutare lo tsunami finanziario.
Già, la crisi è profonda, addirittura non se ne conoscono ancora i contorni. Il ministro dell’Economia sono giorni che lo ripete. Lo ha detto al premier e ieri sera al Capo dello Stato. «Dobbiamo - ha spiegato in tutte le occasioni - preoccuparci davvero». E oggi alla Camera proprio Tremonti dovrà commisurare i due estremi del problema. Dovrà barcamenarsi tra una verità scomoda che potrebbe avere effetti sui titoli delle banche e, contemporaneamente, dare un segnale di fiducia all’opinione pubblica. Un compito tutt’altro che facile. Sì perchè in una situazione dai contorni delicati non è tanto difficile avere idee in testa sul da farsi quanto comunicarle senza indispettire i mercati. «La situazione - è stato il ragionamento che il premier ha fatto in privato - è seria. Fondamentale dare un segnale di fiducia alla gente. Lo Stato deve garantire i risparmi dei cittadini. Dobbiamo garantire che nel nostro paese nessuna banca fallirà perchè lo Stato è pronto ad intervenire. Ma proprio per trasmettere fiducia chi ha sbagliato deve assumersi le sue responsabilità».
«Fiducia», «intervento dello Stato» e «responsabilità»: queste le tre parole chiave della filosofia del governo. Tutte raccolte nel decreto varato ieri sera: lo Stato istituisce un fondo per evitare che le banche falliscano; gli istituti che hanno problemi di patrimonio possono ricorrerci o è la Banca d’Italia che li obbliga a farlo se li considera in difficoltà; lo Stato immette capitali che si trasformano in azioni «privilegiate», che non hanno diritto di voto, per cui non c’è una vera nazionalizzazione; c’è però una sorta di «precondizione», gli istituti che ricorrono al fondo debbono cambiare il management «perchè lo Stato - per dirla con Tremonti - non dà soldi a chi ha sbagliato».
Quindi, nessun dirigismo, nessun intervento diretto dello Stato, ma è proprio quell’ultima «precondizione» il grimaldello che cambierà la geografia del potere. In fondo la questione delle «responsabilità» il Cavaliere l’aveva già messa sul tavolo al vertice di sabato a Parigi. Ed è presente in tutte le dissertazioni a cui si lasciano andare in questi giorni i suoi consiglieri. «Da noi - fa presente da giorni Giampiero Cantoni, ex-presidente Bnl ed intimo del Premier - non paga mai nessuno, mentre negli Usa l’Fbi sta preparando i pullman per arrestare i grandi banchieri. Comunque se lo Stato deve intervenire per salvare una banca, deve cambiare come minimo la governance. Aver fatto la coda un’ora e mezzo per partecipare alle primarie del Pd non è più un titolo che ti assolve dalle tue responsabilità». «La cosa inaccettabile - sostiene Santo Versace, che si sta facendo spazio in Parlamento - è che chi ha sbagliato resti al suo posto». Mentre Fabrizio Cicchitto affronta al questione da lontano: «Per alcuni versi questa è la rivincita dell’ex- governatore Fazio. Il governo comunque sta intervenendo negli interessi del paese e senza guardare al colore di quel management bancario che in passato, senza che gli fosse richiesto, professò un orientamento politico diventando il nocciolo duro del potere prodiano».
Un modo per tirar in ballo, senza far nomi, i vari Profumo, Bazoli e non solo. Del resto chi parlò per primo una settimana fa di una sorta di nazionalizzazione di Unicredit fu un banchiere amico del Cavaliere, quel Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, cioè dell’istituto dove sono presenti protagonisti del mondo berlusconiano come la figlia Marina e il numero uno di Mediolanum, Ennio Doris. E se si va a vedere la cartina delle banche più in difficoltà, quelle che in questo momento rischiano di non raggiungere il coefficiente di solidità dal nome imperscrutabile «core tier-one», si scopre che ci sono molti interlocutori vicini al centro-sinistra: Unicredit, Intesa, Monte dei Paschi di Siena, Unione banche italiane. «Proprio per questo - fa presente uno dei consiglieri più intimi del Cavaliere - Veltroni ha fatto una conversione di 360 gradi e ora vuole collaborare».