6/10/2008 (7:21)
- REPORTAGE
Il sogno di Prodi l'Africano
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| Una precedente visita di Prodi ad Addis Abeba |
Parte da Addis Abeba la nuova
missione del Professore: leader
del peacekeeping Onu
ANTONELLA RAMPINO
ADDIS ABEBA
E’ in Africa, ma va a caccia di Cina. Del resto, dice, «ogni volta che parlo col Papa, è sempre di Cina che mi chiede, il Vaticano sa dove va il mondo». Sta ad Addis Abeba, e si ciba di «lasagne meravigliose», quelle del Carletto Castelli, irriducibile ottantenne che ha trasformato in taverna, per motivi d’affezione politica, l’antica Casa del Fascio. Passa ore a ricevere capi di stato neri bardati come a un’assemblea dell’Onu, ma se ne sta avvoltolato in un pulloverone come se fuori incombesse l’uggia di Bruxelles. E ogni mattina, visita agli slums correndo verso Kabèna in tuta da jogging, «e dai, ragasci!», grida a quelli che gli tirano il pallone. Qua nessuno lo conosce ma - glocal is local - tutti sembrano riconoscersi in lui. Scriveva Virginia Woolf che Londra sarà sempre Londra perché a Wingmore Street il macellaio porgerà sempre il filetto con lo stesso garbo. E la signora di Bloomsbury ancora non conosceva il Professore. Prodi l’Africano, è sempre Romano Prodi.
Il Professore spartano e artigianale, pacato e metodico, la voce che distilla saggezze da era geologica, specie quando vuol togliersi di torno i giornalisti, «l’Africa è una grande sofferenza e una grande speranza, genocidi e tragedie ma anche segni di progresso perché l’Unione Africana ha ormai consapevolezza che senza la pace non ci sarà sviluppo». E proprio a quello deve lavorare Prodi: a ottimizzare risorse finanziarie e dispiegamento delle missioni di peace-keeping. In una parola: spianare la strada alla pace in Africa. Una cosa che muove ogni anno 6 miliardi di dollari. Una mission impossible per conto dell’Onu, altro che partiti-labirinto in Italia, assegnatagli da Ban-Ki-Moon con tipica cortesia perfida da estremo-orientale, «E dai Romano, serve la tua leadership, usala!». Incarico prestigiosissimo, lo inseguì Craxi, qualcuno in Italia se lo sogna la notte, ma nessuno era stato presidente di Commissione europea, nessuno arato il Continente nero per l’Iri, e soprattutto nessuno l’aveva messo in testa ai pensieri di Bruxelles, con tanto di budget, 300 milioni in euro in tre anni, «perché sa, l’Europa è consapevole che se non si affrontano i problemi africani, non si risolvono nemmeno quelli dell’immigrazione».
Ed è stata l’Unione Africana a chiedere all’Onu Prodi, Prodi a gran voce. Adesso è qui, al suo primo viaggio africano, stretto nel pulloverone sotto il sole («io sto bene solo a quaranta gradi»), senza Flavia che lo accompagnerà invece la settimana prossima a Teheran, mission accademica tra democrazia e religione, con Khatami, Kofi Annan, Lionel Jospin. Ha un ufficio ai piani altissimi sull’East River, ma il quartier generale di Addis Abeba è uno scatolotto bianco in una landa desolata, dove non mancano le stranezze lungimiranti delle grandi organizzazioni multilaterali: se per esempio uno in bagno fa per lavarsi le mani, invece della saponetta afferra un preservativo. Perché poi una delle piaghe africane è appunto l’Aids. Ore e ore sulle carte. Un primo documento su issue e vision da stilare, un lungo ragionare per decidere se proporre per il peace-keeping finanziamenti diretti o la formula del trust-fund. O tutt’e due.
E soprattutto convincere i capi africani. Un giovane incaricato dell’Onu lo segue come un’ombra, e così pure il caposcorta Stefano, affezionato da un quarto di secolo, e amabilissimo conversatore in modenese. Prodi l’africano i leader li conosce tutti. Questa è una prima settimana di ricognizione, «dobbiamo ascoltare il loro punto di vista su come ristrutturare le operazioni di mantenimento della pace in Africa, che sono sempre più complesse e articolate. C’è la conoscenza locale dei problemi da una parte, e la capacità di intervento dall’altra. Sento un profondo coinvolgimento politico degli africani, anche a livello di prevenzione dei conflitti, e comincia a crescere il numero di Paesi che partecipano alla raccolta delle risorse necessarie».
La sera qualche volta si rintana dall’ambasciatore Guido Latella, una carriera nelle istituzioni europee, e con lui discute del suo metodo per l’Africa, «si chiama labour sharing, ed è una cosa complessa che consiste nel dare a ciascuno la responsabilità per ciò che sa fare meglio». Vede, aggiunge, «si tratta anche di costruire un nuovo sistema di finanziamento che tenga conto della necessità di aumentare molto le risorse, coinvolgendo Paesi come Cina o India per i quali l’Africa è molto importante». Ecco, la Cina. «È un Paese che esporta contemporaneamente uomini, capitali e tecnologie: nella storia non è mai successo. Non si può prescindere dalla Cina. Neanche l’Occidente può farlo. Prima di lasciare Palazzo Chigi mi sono divertito a chiedere cosa pensassero della Cina a tutti i leader. Solo Putin e Bush hanno capito il problema. Oltre al Vaticano, naturalmente. Domani vedo il presidente dell’Unione Africana. E’ nero, della Tanzania, ha gli occhi a mandorla, e di cognome fa Ping: le dice niente, questo?».