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23/7/2008 (7:44) - RETROSCENA
An, il cono d’ombra
e l’asse Bossi-Tremonti
Gianfranco Fini e Umberto Bossi
Dalle riforme alla legge
per le europee. La trincea
di Gianfranco al tandem nordista
AMEDEO LA MATTINA
ROMA
Berlusconi sistema la Giustizia, Bossi il Federalismo e Fini che fa? «Il problema di Fini è come spegnere la luce di casa An senza diventare invisibile dentro il Pdl e garantire ai suoi disperati dirigenti locali la sopravvivenza». Si può sintetizzare così la discussione in un capannello di senatori leghisti mentre in aula si discute del Lodo Alfano. Ogni tanto qualcuno ride e gode per il fatto che An stia perdendo colpi in periferia, soprattutto al Nord. «In effetti - spiega a Montecitorio il piemontese Osvaldo Napoli, vicecapogruppo del Pdl - ci sono due An: quella del Sud che sta bene e quella del Nord che non esiste. Ma Fini ha scelto il ruolo di presidente della Camera e la sua visibilità istituzionale va a discapito di quella politica».

Non c’è dubbio che in periferia la fusione Fi-An farà soffrire più gli uomini dell’ex Msi che dovranno rispettare le quote stabilite a Roma (70 a 30) per la composizione degli organi del futuro Pdl. E che dovranno fare politica dentro un partito dove i congressi sono un optional e i berlusconiani sono il doppio, se non il triplo.

Quel partito inventato da Berlusconi sul predellino sarà tra qualche mese la loro nuova grande casa e il prossimo anno tutti insieme allegramente finiranno nel Ppe. Detto questo, però, i capi della destra non sono preoccupati. «La nostra è una strada obbligata», è il concetto che ripete Fini. Il quale lavora da anni per entrare nel salotto buono dei conservatori europei e non vede l’ora di portare An in un grande partito che stabilizzi il bipolarismo in Italia. E che ponga lo stesso Fini sulla rampa di lancio della successione a Berlusconi. Il suo problema, semmai, è come bilanciare dentro il Pdl e nella coalizione di governo l’asse federalista e nordista del tandem Bossi-Tremonti.

E allora, l’altro ieri ha cercato di rimettere a posto (senza riuscirci per la verità) quel dito medio che il Senatur ha agitato sull’Inno di Mameli. Ha avvertito che il rispetto dell’unità nazionale è la «condizione imprescindibile» per le riforme e il federalismo fiscale che, in ogni caso, non deve penalizzare il Sud. Soprattutto deve essere compreso dentro una riforma istituzionale più ampia. «L’elezione diretta del capo dello Stato può essere un fattore di bilanciamento al federalismo».

Insomma, il presidente della Camera non vuole farsi imbalsamare nel suo ruolo istituzionale e lancia a Berlusconi segnali di irritazione per come si stanno muovendo Bossi e Tremonti. Teme che la soluzione dell’Alitalia scarichi i suoi effetti negativi sulla Capitale amministrata da Alemanno, che i tagli del ministro dell’Economia si trasformino in un boomerang elettorale. E che il federalismo di Bossi si pappi i fondi che l’Europa ha messo a disposizione del Sud. Non è un caso che ieri mattina, in una riunione riservata con Tremonti e Calderoli, La Russa abbia detto che sul testo del federalismo dovrà essere coinvolto anche il ministro di An per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi. Nella stessa riunione La Russa ha detto di non essere d’accordo sul passaggio automatico degli immobili dello Stato agli enti locali che «non hanno dimostrato di saperli gestire bene».

«Non è vero - spiega il reggente di An - che noi soffriamo il problema della visibilità. Abbiamo ottenuto molte cose, ad esempio siamo riusciti a reintrodurre nel maxiemendamento la liberalizzazione dei servizi degli enti locali. Ma, a differenza della Lega, non viviamo sempre in campagna elettorale. Bossi ha il problema di mantenere la sua forza contrattuale e non può perdere nemmeno un voto. Noi - puntualizza il ministro della Difesa - stiamo andando verso un grande partito che al Nord è il doppio della Lega. Oscurare Fini significa oscurare Berlusconi». E tanto per essere ancora più chiaro, aggiunge di condividere il 90% della bozza di federalismo fiscale, ma «si tratta di una legge ordinaria che dovrà passare dalle Camere e ci sarà tempo per migliorarla...».

Sembra di rivivere il vecchio duello Fini-Tremonti del 2001-2006, quando il ministro dell’Economia fu costretto a dimettersi. E’ vero che molte cose sono cambiate e Fini, dallo scranno più alto della Camera, non ha la stessa libertà di manovra politica. Ma non è disposto a farsi stritolare. Ieri il Secolo d’Italia titolava «Bossi oscura il dialogo». E l’editoriale mandava un messaggio: «L’escalation delle nevrosi dei “partiti identitari” - Lega e Italia dei valori - è destinata a crescere man mano che si avvicina la scadenza delle Europee e della relativa riforma elettorale, probabilmente con uno sbarramento piuttosto alto». Se Bossi dovesse perdere mezzo punto alle Europee, può dimenticarsi la candidatura alla presidenza della Lombardia e del Veneto.
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