versione accessibile
LASTAMPA.it - Home
 POLITICA orologio

8/3/2008 (7:30) - VERSO IL VOTO, IL REBUS DEI PROGRAMMI
Silvio: io liberale ma di buonsenso per battere la crisi
Berlusconi per recuperare punti del Pil vuole bloccare il turnover nella pubblica amministrazione
Secondo Berlusconi la pressione fiscale deve scendere sotto il 40%. Ma bisogna vedere se ci sono i soldi.
AUGUSTO MINZOLINI
INVIATO A MILANO
Quando descrive la sua ricetta economica Silvio Berlusconi non ricorre di certo alle raffinate teorie di Giulio Tremonti sulla fine della globalizzazione, alla dottrina sociale del mercato di Renato Brunetta o al liberismo di Guido Crosetto. A parte le ricorrenti professioni del credo liberale, il nocciolo del pensiero del Cavaliere è in questo esempio che ripete spesso ai suoi collaboratori: «Io mi comporto come un padre che deve gestire il bilancio familiare. Devo eliminare al massimo gli sprechi per garantire il benessere alla famiglia, il che significa sanità, istruzione, ricerca. Sono un convinto liberale ma mi vanto anche del fatto che quando ero imprenditore nelle mie aziende la conflittualità con il sindacato era ridotta al minimo. Insomma, i veri ingredienti sono il pragmatismo e il buonsenso e quel pizzico di fantasia che assicura Tremonti. Il mio rigore di oggi nasce da un’analisi realistica della situazione. Non si può non essere preoccupati. La fase internazionale è cambiata e non dobbiamo rendercene conto in ritardo come nel 2001. Per cui bisogna essere prudenti e non alimentare illusioni. Ma nel contempo va diminuita la pressione fiscale per quel che è possibile, per liberare risorse sul mercato ed evitare la stagnazione».

Se questa è la logica che muove il Cavaliere, è difficile incasellarlo in questa o in quella dottrina economica. Anzi, si può dire che all’interessato di certe classificazioni non può importare di meno. «Io - ama ripetere - non ho un’impostazione ideologica». A seconda della necessità e degli argomenti Berlusconi può parlare di rigore, di blocco del turn over per gli statali, di riforma dello Statuto dei lavoratori ma anche immaginare un intervento sul fisco che può richiedere più risorse di quelle di Veltroni, o dire un «no», poi mitigato, alla vendita di Alitalia ad Air France ed un altro «no» al ridimensionamento di Malpensa. Come può anche condividere le ragioni di fondo che spingono Tremonti ad immaginare una sorta di neo-protezionismo per difendere il mercato italiano dall’aggressività dell’economia cinese, magari non arrivando a parlare di dazi o quote ma imponendo un sistema che garantisca «una simmetria» tra le due economie. Insomma, in un mondo che cambia profondamente non esistono ricette sicure, ma bisogna affidarsi al sano pragmatismo. E dato che il Cavaliere è una spugna, prende spunti di qua e di là. Ovviamente c’è Tremonti, già predestinato al ministero dell’Economia. A lui Berlusconi ha affidato anche questa volta l’elaborazione del programma che altro non è che un aggiornamento di quello del 2001 e del 2006. La mano dell’ex premier si è occupata non tanto dei contenuti quanto dell’efficacia dal punto di vista della comunicazione: i 10 pilastri con lui si sono trasformati in 7 missioni. La vera novità tra il programma di oggi e quelli precedenti è che per la prima volta appare la parola «crisi». Una parola che condensa tutte le ultime elaborazioni di Tremonti, quelle contenute nel suo ultimo libro «Paura e speranza» che Berlusconi e Bossi hanno letto ancor prima che fosse pubblicato. E quelle tesi fanno capolino ogni tanto nelle argomentazioni del Cavaliere. Tutto parte dalla convinzione che l’attuale crisi è davvero profonda (nel 2006 Tremonti parlò di un nuovo ’29): «Un problema che noi ci poniamo perché pensiamo di vincere le elezioni e di governare, mentre Veltroni, che pensa di perderle, no».

Una crisi strutturale che nella testa dell’ex ministro dell’Economia fa saltare tutti gli schemi del recente passato: viene spazzata via l’idea di un liberismo che ormai si è ridotto a «un’ideologia del mercatismo» e si ritorna a un liberalismo dove il governo si ritaglia un ruolo, improntato più sullo schema tedesco che non anglosassone, «il mercato se è possibile ma il governo se è necessario». «Questa è la filosofia di Berlusconi - osserva Tremonti - che è uguale a quella di Sarkozy». Uno schema arricchito da una teoria alquanto provocatoria che, raccontano, l’autore di «La paura e la speranza» ha spiegato all’Aspen la settimana scorsa: «Siamo di fronte alla fine della globalizzazione o almeno per come l’abbiamo intesa finora. La crisi nasce anche da lì. Facendo entrare di colpo l’Asia nel commercio mondiale gli illuminati si sono comportati come gli apprendisti stregoni di Marx che liberano forze che poi non riescono più a controllare».

Naturalmente nella politica economica di Berlusconi c’è molto Tremonti, ma non solo. Il Cavaliere ha a che fare con Renato Brunetta, difensore dell’ortodossia dell’economia sociale di mercato, quella di Einaudi e di De Gasperi, che segue Tremonti fino ad un certo punto: «Le sue idee sono affascinanti ma dimostrano che non è un economista. Io, ad esempio, a differenza di lui sono felice se i cinesi consumano più carne e non ho il terrore della globalizzazione. Come non credo alla politica dei dazi». Con Guido Crosetto che, invece, è un «thatcheriano» convinto («l’uso dell’esercito contro i minatori fu una grande mossa politica») e giura: «Sugli sprechi dello Stato il presidente la pensa come me. Certo poi noi non vogliamo una sanità come quella inglese che impedisce la protesi dentaria alla regina Elisabetta perché ha settant’anni». O, ancora, con Fabrizio Cicchitto che ce l’ha con la Bce che «non abbassa i tassi» e con le banche italiane che «pensano più al potere politico che ad una politica economica lungimirante per far uscire il paese dalla stagnazione». E presto, forse, arriverà anche Domenico Siniscalco che, secondo i boatos, Fini vorrebbe al governo in un posto importante anche se Brunetta lo esclude: «Si è comportato male. Se ne andò dal governo Berlusconi sbattendo la porta, lasciandoci nei guai».

Ma per il governo la strada è ancora lunga. Roberto Formigoni che aspirava alla Farnesina, ad esempio, in caso di vittoria del Pdl si dovrà accontentare della Pubblica Istruzione: agli americani l’attuale governatore della Lombardia non piace, non hanno dimenticato le sue visite in Iraq da Saddam Hussein e l’inchiesta Food for Oil. Eppoi nella politica economica del Cavaliere se c’è un dato presente è proprio quello della profondità della «crisi». Una crisi che potrà essere governata solo con un’ampia maggioranza: «Sono sicuro che avremo un’ampia maggioranza anche al Senato. Se così non fosse, governeremo lo stesso ma assicurandoci dei margini, senza ripetere l’errore di Prodi».
ULTIMI ARTICOLI
PUBBLICITA'
LASTAMPA LIBRERIA
+ Vai a LaStampa Libreria
SPAZIO DEL LETTORE
BLOG!  tutti i blog
ANGOLO DEI GIORNALISTI

Diritto di cronaca

Flavia Amabile
Calpesta la guerra

San Pietro e dintorni

Marco Tosatti
Il Papa a Torino: il program...

Diario politico

Marco Castelnuovo
Il Pdl fuori e i rischi per ...
PUBBLICITA'
Fai di LaStampa la tua homepage P.I.00486620016 Copyright 2010 Per la pubblicità Scrivi alla redazione Gerenza Dati societari Aiuto