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7/3/2008 (7:37) - REPORTAGE
Sul pullman di Walter
sognando il pareggio
Prosegue il tour politico di Walter Veltroni
Il Giro d’Italia in cerca
dei voti per la rimonta
FABIO MARTINI
INVIATO A FORLI’
Anche alla Fiera di Forlì la sequenza si ripete secondo una sceneggiatura studiata e collaudata in 27 repliche: Veltroni scende dal pullman verde, dal marciapiede si levano urla belluine «Wal-ter, Wal-ter», lui fa l’occhietto, stringe mani e intanto, dentro la sala, parte il «Mi fido di te» di Jovanotti. E quando Veltroni entra nel catino, gli applausi scattano in serie. Quando il leader sale sul palco. Quando il leader saluta la gente. Quando dalla folla parte il grido «Sei bravo Walter!». A fine comizio, dalla regia fanno partire l’Inno di Mameli ad un volume assordante. E dopo lo sconcerto delle prime tappe (a Pescara, a Campobasso, a Isernia la gente sussurrava o taceva), da una decina di giorni più di metà del pubblico canta "Fratelli d’Italia" e qualcuno lo fa a squarciagola. Veltroni trascina e lui ci crede ancora. Eppure, da due giorni c’è una novità. E’ come se un velo di sincerità avvolgesse le sue parole: «Non so dire quale sarà l’esito delle elezioni, però so che già oggi abbiamo fatto una grande rivoluzione», ha detto ieri a Forlì. E due giorni fa, a Parma, aveva sostenuto: «Questo grande partito sarà, comunque sia, o il primo partito italiano che governerà il Paese, o una delle più grandi forze riformiste di questo continente, ciò che in Italia non c’è mai stato». Proprio così. Come se vincere o perdere sia più o meno equivalente. Tanto è vero che dopo aver scandito nel dettaglio per 18 giorni sondaggi e quote dei bookmakers, ieri Veltroni ha annunciato: «Vi assicuro che non sarò preso dalla sondaggite acuta».

Da due giorni - e la novità non è trascurabile - è come se per Veltroni la vittoria sia ridimensionata a possibilità, esattamente come una sconfitta molto onorevole. Certo, soprattutto a Bologna, il leader del Pd ha ripetuto che la vittoria è vicina, eppure un certo eclettismo degli ultimi dieci giorni (radicali-teodem, Tyssen-Calearo, Umberto Veronesi e i portaborse) sembra aver interrotto la rimonta, così almeno dicono quasi tutti - non tutti - i sondaggi. Ma nella campagna di Veltorni resta un effetto-pullman, non misurabile in voti ma palpabile. Ogni volta lui gigioneggia: «Mancano ancora 82 tappe e spero di arrivare vivo!», ma il tour de force in 110 province lo ha voluto lui. Quattordici anni fa, anche se allora non si seppe, fu proprio il giovane Walter a consigliare al professor Prodi: «Sarebbe bello poter girare l’Italia con un pullman, come ha fatto Clinton due anni fa». Era il 1994 e un anno dopo proprio il pullman dell’Ulivo sarebbe diventato uno dei pochi simboli, capaci di comunicare da sinistra qualcosa all’opinione pubblica. Veltroni lo sa: negli Stati Uniti alcuni studi hanno dimostrato che se la televisione resta importante, in una stagione di virtualità il contatto personale può irradiare e moltiplicare i consensi.

I pullman in realtà sono due, perfettamente uguali. Una "omonimia" che talora produce effetti comici. C’è quello di Veltroni guidato da Vittorio, un romano «ovviamente romanista», che a 42 ha già venti anni sulle spalle «da autista, soprattutto di turisti». In ogni piazza però approda per primo il pullman dei giornalisti. Col risultato che telecamere e tifosi assediano puntualmente la porta girevole del bus sbagliato. Ieri sera, in piazza Maggiore a Bologna, una ragazza bolognese giurava al suo ragazzo: «Dietro i vetri, ho visto Walter, sta scendendo, ora lo vedrai anche tu». Ma dalla porta del pullman è sceso un silenzioso giornalista del "Sunday Times". In compenso i cronisti al seguito sono coccolatissimi, grazie allo staff di colleghi, Luigia, Federica e Guendalina e grazie ad una segretaria, la "sora Laura", che rifornisce la truppa di cornetti caldi, biscotti e bevande. Certo, da qualche giorno Veltroni ha tirato fuori il D’Alema che è in lui, sferzando quei grandi giornali che a suo avviso deformano le notizie, guidati come sono da «cinquantacinque-sessantennni che sono arrivati ad un età nella quale cominciano a pensare che potevano fare qualcos’altro e appena vedono uno di 25 anni che diventa deputato, vorrebbero strangolarlo!».

Comitati elettorali itineranti, i pullman sono alimentati da una piccola comunità. C’è il "produttore", Lino Paganelli, che è il capo delle Feste dell’Unità; c’è Roberto Cocco, l’ex autista dei tempi del Pci e che dopo 20 anni di vicinanza è diventato l’uomo-ombra del capo, il factotum che dice la sua anche sulle questioni politiche; c’è Giovanni Lattanzi, detto "la lepre", colui che va in avanscoperta nella tappa successiva. L’altro giorno Veltroni lo ha pubblicamente elogiato («Pensate, fa questo lavoro, nonostante si sia infortunato alla gamba»), lui dalla platea ha salutato alzando la stampella, la gente ha applaudito, ma subito dopo il palchetto davanti al leader è precipitato: «Ecco che succede a parlar bene delle persone!», ci ha scherzato su Veltroni. Che, gasato come è, da qualche giorno ha inaugurato la serie dei "comizi brillanti", all’americana, infarciti di battute sdrammatizzanti. A Parma, mentre parlava, Veltroni si è fermato con pausa da attore e si è rivolto ai fotografi che scattavano dal basso: «Fanno foto da posizioni inquietanti».
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