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11/10/2008 (15:53) - LA CORSA VERSO LA CASA BIANCA
La Palin colpevole di abuso di potere
Sarah Palin, candidata alla vicepresidenza
La commissione parlamentare dell'Alaska: «Per motivi personali licenziò ingiustamente il responsabile della pubblica sicurezza del suo esecutivo»
WASHINGTON
Si è conclusa con un verdetto negativo per Sarah Palin, e con un ulteriore rovescio per le speranze di John McCain di conquistare la Casa Bianca nelle presidenziali americane del 4 novembre prossimo, l’inchiesta parlamentare in Alaska sul cosiddetto "TrooperGate": la candidata repubblicana alla vicepresidenza si è macchiata di abuso di potere.

Lei, e il suo anziano mentore, hanno immediatamente respinto ogni addebito, cercando anzi di rovesciare il significato stesso del verdetto. Così si è tuttavia espressa, al termine delle indagini, la speciale commissione investigativa costituita lo scorso luglio dal Consiglio Legislativo dello Stato Usa. Si tratta dello scandalo di cui è al centro la governatrice, che avrebbe silurato il responsabile locale della Pubblica Sicurezza, Walter Monegan, perchè questi a sua volta non avrebbe ceduto alle pressioni di Palin e del suo staff perchè licenziasse Mike Wooten: un poliziotto, il "trooper" appunto, che era pure suo cognato, e al quale l’aggressiva compagna di viaggio di McCain l’aveva giurata perchè lui era impegnato in un’aspra causa di divorzio con la sorella Molly, cui contendeva l’affidamento del figlio.

In sostanza, secondo gli inquirenti, la governatrice ha anteposto i propri interessi personali all’osservanza delle regole imposte dal codice di comportamento per i pubblici ufficiali; così facendo, ha violato tra l’altro la fiducia riposta in lei dall’opinione pubblica. In realtà, il rapporto finale firmato dal capo della commissione Steve Branchflower, un "mattone" di ben 263 pagine dalle conseguenze potenzialmente esplosive per le sorti della campagna repubblicana, riconosce che Palin ha agito nell’ambito delle proprie prerogative: era munita infatti della «autorità» necessaria per destituire Monegan; ma lo ha fatto in circostanze che non giustificavano il ricorso a quelle stesse prerogative, e per tale ragione ha torto. Così come è censurato il comportamento del marito, Todd, che si sarebbe prestato a gestire la faccenda, impegnandosi in prima persona per farla pagare al troppo recalcitrante capo della polizia dell’Alaska, e per sovrammercato utilizzando indebitamente mezzi, locali e personale statali: chiamato a deporre il mese scorso, Todd si era rifiutato di presentarsi.

Il riconoscimento dell’essersi mantenuta nell’ambito teorico dei propri poteri ha comunque consentito alla portavoce dell’interessata, Meg Stapleton, di replicare sostenendo come l’inchiesta abbia invece dimostrato che la vice di McCain si comportò «correttamente e lecitamente». Identico il tenore di un comunicato diffuso a stretto giro dal "ticket" repubblicano; e identica l’insinuazione secondo cui le indagini sarebbero state «politicamente motivate», e «condotte da sostenitori di Barack Obama», dunque assolutamente parziali. Peccato che la commissione fosse composta da dieci membri repubblicani, e da soli quattro esponenti democratici.

«Le prove raccolte», recita la relazione d’inchiesta redatta da Branchflower, procuratore di Anchorage a riposo, anch’egli di fede repubblicana, «confortano la conclusione secondo cui il governatore Palin, quanto meno, intraprese una ’iniziativa ufficialè attraverso la propria stessa inerzia, se non mediante una sua attiva partecipazione o assistenza al marito, per fare sì che l’agente Wooten fosse licenziato. Consapevolmente», prosegue il documento con implacabile insistenza, «il governatore Palin permise il protrarsi di una situazione nella quale pressioni inammissibili erano esercitate su numerosi subordinati, allo scopo di promuovere un obiettivo personale: vale a dire, il licenziamento dell’agente Michael Wooten. Lei», è l’affondo accusatorio, «aveva l’autorità e i poteri per esigere che il signor Palin (il consorte della candidata vice di McCain; ndr.) cessasse di contattarne i subordinati, ma tralasciò di attivarsi a quel fine».

Il tutto, si precisa a titolo di chiosa, malgrado di per sè nulla ostasse al defenestramento in quanto tale di Monegan; il punto è che costui era reo unicamente di non essersi piegato alle indebite intromissioni. Smontate inoltre le giustificazioni addotte da Palin e dai familiari, i quali sostenevano di essere stati minacciati dall’ex marito di Molly, e di aver dunque agito perchè impauriti. Le ragioni per ci si cercò di nuocere a Wooten, si legge ancora nel rapporto, «nulla avevano a che fare con la paura, non erano caratterizzate da buona fede e servivano da copertura alle reali motivazioni dei Palin»: cioè far fuori il poliziotto preso di mira per mere «ragioni personali e familiari». La risposta della controversa governatrice e di McCain è immediata: «La relazione odierna dimostra che il governatore Pali, nel trasferire ad altro incarico Walt Monegan, ha agito nei limiti della sua piena e legittima autorità», ci si limita ad asserire nella nota ufficiale di reazione.

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