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9/10/2008 (7:39) - LA STORIA
Scricchiolano i simboli della grandeur
Nicolas Sarkozy durante un discorso all'Académie Française
Ena, Académie Française, Legion d'onore: da miti della Francia a pachidermi burocratici
DOMENICO QUIRICO
CORRISPONDENTE DA PARIGI
Ena, Académie Française, Legion d’Onore: in tre istituzioni c’è la Francia, la sua orditura, il suo più degno tessuto. Ma questa costellazione di venerande reliquie ora decade e sembra sconnettersi; sotto le sfide del presente appare fragile, per quella cieca ostinazione a non cambiare che appunto abbrevia l’agonia dei sistemi destinati a perire. Naviga tra due spaventi come don Abbondio: quelli della impossibile immobilità e quelli del rischioso riformare.

L’Ecole nationale d’administration, dal 1945, è il busto che modella la burocrazia. E l’anticamera del Potere. Deputati, leader dell’opposizione, ministri, i presidenti della Repubblica hanno iniziato lì la laboriosa scalata di «enfant prodige». Diventare «enarca» non è una carriera, è una milizia, quasi un destino. Ma Nicolas Sarkozy non li ama, con lo spirito di rivalsa di chi non l’ha frequentata e si vanta di essere homo novus; e poi i promossi dell’alta scuola, schizzinosi e burbanzosi, se li è sempre trovati di fronte come avversari, da Ségolène Royal a Villepin a Chirac. Per questo ha fomentato una drastica, e pericolosa, innovazione: la soppressione della «graduatoria finale» che condiziona l’accesso ai grandi corpi dello Stato. Sono infatti gli allievi a scegliere la destinazione nei differenti corpi della funzione pubblica, in base al «rango». I meglio piazzati monopolizzano i «grandi corpi» come la Corte dei Conti, l’Ispezione generale delle Finanze, il Consiglio di Stato. Agli altri restano da spartirsi i ministeri, i tribunali amministrativi, e poi giù giù fino alle prefetture.

La graduatoria è stilata sulla base di un sistema di prove e di voti che non è reso pubblico. Un mostro di opacità, strillano i critici, cui si è accodato il Presidente, deliziato dal poter gettare anche l’Ena nella centrifuga della «rupture»: «Questa rigidità è choccante, com’è possibile che un concorso superato a 25 anni condizioni tutta la vita professionale?».
Anche gli studenti della venerabile istituzione hanno lanciato un inimmaginabile Sessantotto: il 75 per cento dell’attuale corso, «Zola», rifiutano «un sistema che provoca frustrazioni e spesso drammi personali». Ma per altri la riforma è un corrompimento che rischia di uccidere l’istituzione. Perché la spietata meritocrazia della graduatoria garantiva l’eguaglianza, mettendo fuori gioco i nepotismi, le relazioni di famiglia e di potere.

Sotto la cupola dell’Académie, in riva alla Senna, tutto sembra scorrere invece tranquillo come ai tempi di Richelieu con livree, spadini, gli stagionati bigottismi; olimpicamente indifferenti alle insinuazioni che da oltre Atlantico fulminano la decadenza del pensiero francese. «L’Académie attraversa invece una crisi di età, deve supporsi immortale e questo non è del tutto vero», corregge Jean-Denis Bredin, che ha preso il posto di Marguerite Yourcenar. Bisogna ritornare all’ultimo dopoguerra, quando gli Accademici erano stati falcidiati dalla mitraglia e dal collaborazionismo, per trovare gli stessi imbarazzanti impicci a rimpiazzare le poltrone rimaste vuote.

Sono gli accademici a decidere sulle proposte. Ebbene, sbucano le elezioni bianche, con i candidati umiliati dalle schede con la croce, che significa rifiuto. Non abbastanza marcati dalle stimmate della immortalità, e già questo è segno di infiacchimento; ma anche vittime, si dice, di congiure, ripicche, fiele accademico e quindi letale. L’età media della nidiata di apostoli della francesità è ormai di 79 anni. Soprattutto, l’Académie non è più il centro di gravità della vita letteraria. Era, un tempo, impensabile che Hugo o Baudelaire non si presentassero. Oggi, da Modiano a Sollers a Kundera, c’è la fila di coloro che non si degnano di farsi sotto. Così supera la ardua votazione Jean-Loup Dabadie, paroliere, il cui maggior merito, forse, è di aver scritto una canzone per Julien Clerc, uno che ugoleggiava con Carla Bruni.

Passata al lambicco anche la Legion d’Onore. Uscita dalle aquiline pupille di Napoleone, pare soffrire delle stesse meschine dappocaggini. Addio ai tempi in cui il requisito minimo per fregiarsene era eroismo titanico e ubbidienza virile. I cavalieri ormai sono armate, richiedono ogni anno pagine di giornale per depositare i nuovi nomi. Calciatori e cantanti, imprenditori di provincia e funzionari aureolati di dignitoso zelo: l'agognata decorazione non si rifiuta quasi a nessuno e il titolo sembra ora di moneta calante. Si impongono perfino le quote, maschi e femmine alla pari a ogni infornata, ha ordinato Sarkozy in una sorta di determinismo della eccellenza repubblicana. E anche le scelte inveleniscono: come Putin, e l’oscuro magistrato di provincia che ha gestito la causa di separazione con Cécilia.
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