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14/10/2008 (7:19) - INTERVISTA
"Le conseguenze sull'economia dureranno a lungo"
Paul Krugman
Parla il neo premio nobel Paul Krugman
FRANCESCO SEMPRINI
NEW YORK
I segnali inviati da Parigi rappresentano un passo importante nella giusta direzione». E’ positivo il giudizio sui lavori dell’Eurogruppo del neo premio Nobel per l’Economia Paul Robin Krugman,professore di Princeton ed editorialista del New York Times.

Le autorità europee hanno fatto abbastanza per fermare la crisi?
«Non era stato fatto abbastanza sino alla scorsa settimana. Tuttavia le decisioni del vertice di Parigi di ieri hanno superato le mie attese, sia in termini di dimensioni sia per il coordinamento».

Quindi ci sono elementi per pensare in positivo?
«Sono decisamente più ottimista adesso di quanto lo era venerdì. Ovviamente nessuno può sapere cosa accadrà domani ma anche dai mercati finanziari è arrivata una risposta positiva, quindi tutto ci lascia presupporre che la fiducia sia maggiore oggi rispetto pochi giorni fa. Il sistema delle garanzie era necessario».

Vuol dire che ciò che è stato fatto prima non ha aiutato?
«Grandi iniezioni di capitali nel sistema finanziario aiutano a garantire agli istituti interbancari di mantener sotto controllo il mercato. Gli stimoli fiscali possono aiutare ma c’è bisogno di procedere con provvedimenti più serie per aggredire la crisi in atto».

A che punto siamo della crisi finanziaria?
«La fase più acuta si andrà sgonfiando nel corso dei prossimi due mesi, sempre che non accada nulla di nuovo. Le ricadute sull’economia reale dureranno a lungo».

Cosa ne pensa del fatto di allargare il G8 ai Paesi emergenti?
«Non sono mai stato in grado di farmi un’idea precisa sull’opportunità di questa istituzione. Prima o poi sarà necessario avere Paesi come Cina e India perché stanno diventando economie sempre più importanti».

E’ d’accordo sulla necessità di riformare le istituzioni di Bretton Woods?
«Non ritengo che il sistema valutario sia stato causa o parte di questa crisi in atto, al contrario di quanto è avvenuto per il terremoto delle borse asiatiche nel ‘97 e ‘98. Non ritengo che si debba riformare il sistema delle valute, altre cose senza dubbio si».

Qual è il messaggio che vuole trasmettere alla gente?
«E’ necessario far capire alla gente che le cose e il mondo sono molto più complicate di come a volte vengono presentate. Nessuno avrebbe mai pensato che ciò che era accaduto in Asia nel 1997 poteva succedere negli Stati Uniti. La bolla immobiliare la crisi del credito e tutto ciò che ne è seguito sono avvenuti sotto gli occhi increduli di molti americani».

Ha mai pensato alla carriera politica?
«Si e ho deciso che non mi appartiene».

Si sente più un uomo d’accademia o un editorialista?
«Ho sempre pensato e detto pubblicamente che considero l’Università come una casa. Però i piace fare anche altre cose, come scrivere per la stampa. Dovessi scegliere tra i due? Deciderei di non scegliere».
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