13/10/2008 (7:23)
- LA GRANDE CRISI
L’Occidente spera nei Paesi emergenti
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| Il tavolo del G20 |
Europa e Usa: un "new deal"
cinese per sostenere la crescita
STEFANO LEPRI
WASHINGTON
La speranza viene dai Paesi emergenti. Le loro economie, continuando a crescere, potranno temperare le ripercussioni della crisi finanziaria sulle economie dei Paesi ricchi. Nei vertici d’autunno che si susseguono dentro i palazzi del Fondo monetario e della Banca mondiale, la novità positiva è questa. Con il calo del prezzo del petrolio, si attenuano i timori di inflazione; invece che di strumenti per frenare la crescita dei Paesi emergenti, si parla di strumenti per accelerarla. Nella riunione straordinaria del G-20 sabato sera, dove inatteso si è presentato George Bush in persona - apparso piuttosto umile - si è parlato soprattutto di questo. Il G-20 è un consesso al quale anche la Cina prende parte, e soprattutto alla Cina il discorso si rivolge.
Appena qualche mese fa, di fronte al greggio impazzito, Paesi ricchi e Fmi chiedevano a Pechino di moderare l’impetuosa crescita che la portava a consumare sempre più energia. Ora è l’opposto. Già la Banca centrale della Cina si è unita al taglio coordinato dei tassi di interesse qualche giorno fa; forse potrebbe fare di più. Se c’è un governo che può sostenere l’economia con un maggior deficit di bilancio, è proprio quello della Repubblica popolare. In un momento nel quale tutti cercano paralleli con la grande crisi degli anni ‘30, il mondo spera in un New Deal cinese; chiede a Pechino di imitare il presidente Usa Franklin Roosevelt piuttosto che il suo predecessore Edgar Hoover. «Nonostante lo choc negativo della crisi finanziaria, la Cina accelererà la trasformazione del suo modello di sviluppo, promuovendo la domanda interna, soprattutto i consumi delle famiglie» risponde il vicegovernatore della Banca di Cina Yi Gang, e pare un sì.
Tutti i Paesi del G-20, in prima fila Russia e Brasile, annunciano «politiche anti-cicliche» ossia espansive, contro la crisi, fondate sulla loro domanda interna. La Cina è cauta nel criticare i Paesi ricchi: li esorta ad agire in fretta per stabilizzare i mercati, avverte che però la liquidità necessaria a sbloccarli se non ritirata provocherà inflazione poi. Altri Paesi emergenti sono più espliciti. Il governatore della Banca centrale del Sud Africa, Tito Mboweni, sotto l’apparenza di una autocritica collettiva rimprovera soprattutto agli Usa di non aver agito per tempo: «Nelle riunioni degli anni scorsi tutti vedevamo accumularsi i pericoli, e sapevamo che cosa occorreva fare per evitare un esito disastroso». Presidente di turno del G-20 è il ministro delle Finanze brasiliano Guido Mantega. E’ stato lui a citare Roosevelt: «Soffriamo le conseguenze di un individualismo impazzito».
Ricorda con sarcasmo che il Fmi indicava ai Paesi emergenti, come modello di pratiche finanziarie, gli Usa e l’Europa, e vanta i meriti della normativa del suo Paese. Chiede che sia potenziato il G-20. Il Brasile ha soldi in cassa e per giunta ha scoperto importanti giacimenti di petrolio, ma in questi giorni soffre per la fuoriuscita di capitali in rientro nei Paesi ricchi. Proprio ora che per governare meglio l’economia mondiale si parla di allargare il G-7, si capisce che il G-20 (a cui oltre ai Sette, all’Unione europea e alla Russia partecipano Cina, India, Brasile, Sud Africa, Australia, Indonesia, Messico, Argentina, Arabia saudita, Corea del Sud, Turchia) resisterà a farsi mettere da parte, giovandosi anche dell’attenzione ricevuta da Bush («il presidente degli Usa sta appoggiando le istituzioni che ritiene importanti» ha detto Mantega). La nuova struttura di cui si parla dovrebbe associare al G-7 i Paesi più forti, escludendone altri.