11/10/2008 (15:47)
- ANTICIPAZIONE
Quei super stipendi senza risultati
E' uscito il 9 ottobre nelle principali librerie «La paga dei padroni», scritto da Gianni Dragoni e Giorgio Meletti (ed. Chiarelettere), di cui pubblichiamo uno stralcio.
GIANNI DRAGONI, GIORGIO MELETTI
Nove milioni e 426 mila euro. È quanto la banca Unicredit ha dato come compenso per il 2007 all’amministratore delegato Alessandro Profumo. Non sorprende che il cinquantunenne banchiere genovese sia stato il manager italiano più pagato dell’anno. In poco tempo ha fatto del vecchio Credito Italiano una delle più forti e innovative banche d’Europa e si è conquistato sul campo una eccellente reputazione professionale».(...). «I super stipendi sono la manifestazione di un nuovo potere economico. Non la più importante, ma la più evidente. Basti pensare al caso di Bob Nardelli, numero uno della Home Depot, colosso americano della distribuzione di elettrodomestici. Nardelli si è dimesso all’inizio del 2007 travolto dalle polemiche sulla discrepanza tra i suoi emolumenti (124 milioni di dollari in sei anni) e i risultati raggiunti. Si è preso una liquidazione di 210 milioni di dollari. In totale quindi ha incassato 334 milioni di dollari (più di 200 milioni di euro) per sei anni di lavoro durante i quali le azioni Home Depot hanno perso il 5% del loro valore. Nei paesi sviluppati è in corso la sostituzione della vecchia classe dominante dei “padroni” con una nuova oligarchia di poche decine di migliaia di individui: i manager delle società quotate in Borsa. L’idea di una democrazia economica basata sull’azionariato diffuso sembra rivelarsi un’illusione. Per un verso i capitali sono molto concentrati. Secondo i calcoli del banchiere-economista francese Jean Peyrelevade, 10-12 milioni di individui (lo 0,2% della popolazione mondiale) detengono la metà del patrimonio finanziario dell’umanità. Questo piccolo gruppo di veramente ricchi risulta troppo numeroso e disperso per pesare davvero sul governo delle aziende: non dispone di sufficienti informazioni e non ha modo di farsi sentire davvero. Il tema ormai tiene banco sui giornali di tutto il mondo. In Italia è stato considerato finora demagogico.
Lo stesso Profumo ha spiegato durante un convegno: “Anche mia madre, quando legge le cifre del mio stipendio, mi chiama per lamentarsi che guadagno troppo. (...). Ma se affrontiamo queste problematiche in modo populista non avremmo aziende che crescono e che creano ricchezza. Io potrei andare a lavorare all’estero domani, credo senza grandi problemi. È giusto che sia pagato con uno stipendio in linea con i manager di altre aziende che fanno il mio stesso mestiere”. Ma davvero strapagare i manager consente di avere «aziende che crescono e creano ricchezza »? Negli Usa la risposta è arrivata nel 2004 dal libro di due importanti studiosi di diritto societario. Lucian Bebchuck e Jesse Fried, di cui basta citare il titolo: Stipendio senza risultati. Le promesse mancate delle retribuzioni dei manager. La formula «stipendio senza risultati» si può applicare all’Italia, dove le retribuzioni dei manager sembrano aver strappato ai salari operai di un tempo il titolo di variabile indipendente: crescono senza alcun rapporto con il costo della vita e con i progressi delle aziende. Secondo una ricerca della società di consulenza Watson Wyatt, condotta su 230 aziende italiane, nel 2006 solo il 7% dei manager non ha ottenuto il premio di risultato, cioè quella parte variabile della retribuzione che dipende dal raggiungimento di determinati obiettivi. Il 93% dei manager ha raggiunto i traguardi fissati e ha intascato il bonus.
Sandro Catani, capo della Watson Wyatt per l’Italia, ha dichiarato al settimanale Il Mondo: “Non è credibile che a capo delle aziende italiane ci sia un’intera categoria così talentuosa. In sostanza credo che in Italia i bonus vengano distribuiti più per rango che per merito, agli alti livelli è quasi obbligatorio dare un premio. Il variabile è diventato una specie di fisso, un valore di fatto permanente nella retribuzione”».