21/3/2010 (8:41)
- CULTURA E SPETTACOLI
E i 40 mila battezzarono
la rivoluzione centrista
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| 14 ottobre 1980, il segnale della rottura |
Con la marcia dei capi e impiegati Fiat si avviò nell’80 la slavina che avrebbe travolto la Prima Repubblica
GIOVANNI DE LUNA
Il 14 ottobre 1980 la marcia dei «40 mila» capi e impiegati che attraversò Torino fu l’evento conclusivo dei «35 giorni» della Fiat, quello decisivo: al termine di una dura vertenza sindacale, l’azienda riportò una vittoria schiacciante contro i sindacati e gli operai, avendo mano libera per mettere in cassa integrazione 24 mila lavoratori e avviare un drastico ridimensionamento: dei 102.508 dipendenti che ancora nel 1979 costituivano l’organico della Fiat Auto in Piemonte, nel 1984 ne restavano 55.398. In quei 35 giorni, i presidi ai cancelli, le bandiere rosse, le canzoni, i picchetti misero in scena, per l’ultima volta, il conflitto di classe così come si era sviluppato per tutto il ’900.
Il tempo si è incaricato di ridimensionare molti degli accenti trionfalistici che risuonarono allora nelle reazioni dei vertici dell’azienda e dei «capi». Trent’anni dopo emergono così altri aspetti su cui vale la pena soffermarsi. In realtà oggi sembra proprio che l’agitazione dei capi nel segno del «diritto a lavorare» e del «riconoscimento della professionalità» sia stato il primo segnale dell’afflosciarsi delle spinte solidaristiche e egualitarie tipiche dei conflitti del decennio precedente.
Non c’era solo la voglia di lavorare e di «riaprire i cancelli», come suonavano gli slogan del corteo. Finalmente si scendeva in piazza contro l’appiattimento delle differenze salariali, l’unificazione del punto di contingenza, l’introduzione del cosiddetto inquadramento unico, la riduzione delle differenze tra salari e stipendi. Non solo. Mischiandosi tra i 40 mila (ma erano meno), scrutandone i volti, sentendoli parlare, studiandone la composizione per professione, gli obiettivi, le risorse utilizzate per organizzare la marcia, scorgiamo oggi un’immagine molto diversa, quasi la sovrapposizione di un conflitto comunitario - relativo all’identità - su un conflitto di classe.
È stato un sociologo, Alberto Baldissera, a richiamare per primo l’attenzione su questa realtà. In quel corteo affioravano varie fratture e forme di esclusione: quella, certamente la più vistosa, tra lavoratori manuali e lavoratori non manuali, ma anche quella inaspettata nei confronti dei lavoratori di origine meridionale. I 40 mila parlavano prevalentemente piemontese. Se la fabbrica fordista era stato un grande fattore di inclusione nei confronti degli operai immigrati, lo era stato in senso orizzontale, lasciando intatta una spaccatura verticale particolarmente pronunciata per quanto riguarda la posizione dei capi delle squadre e delle linee, i più esposti a forme di rifiuto o di misconoscimento della loro identità professionale da parte delle maestranze ai loro ordini. Allora sette operai meridionali su dieci occupavano negli stabilimenti torinesi della Fiat le posizioni lavorative meno pregiate e oltre sei impiegati meridionali su dieci svolgevano mansioni non manuali puramente esecutive.
L’elemento etnico linguistico diventava così uno spontaneo fattore di mobilitazione. Più in generale fu quello l’elemento identitario che innescò forme di organizzazione politica del tutto insolite, che prescindevano dai partiti e dalle altre organizzazioni sindacali e nascevano direttamente dalla propria collocazione sociale e nel processo produttivo. Quei 40 mila non avevano nessun partito a rappresentarli.
E proprio la collocazione sociale e le forme di organizzazione politica, sperimentate a Torino per la prima volta, fanno di quella marcia la spia di un sommovimento molto più generale, che aveva investito le strutture profonde della società italiana. Mentre il cielo della politica era squassato dalla sciagurata stagione delle stragi e del terrorismo, e i partiti si accapigliavano intorno alle formule del compromesso storico o delle convergenze parallele care ad Aldo Moro, nel ventre profondo della società si era delineata una nuova antropologia, una nuova realtà produttiva, una nuova configurazione culturale che sarebbe emersa prepotentemente negli Anni Ottanta.
In questo senso la marcia assume un rilievo simbolico che trascende la specifica realtà di Torino, per diventare una sorta di grande metafora interpretativa di quello che sarebbe successo in Italia alla fine di quel decennio che proprio i 40 mila avevano inaugurato con la loro iniziativa. Si avviò allora la grande slavina che avrebbe travolto la Prima Repubblica grazie a una sorta di «rivoluzione centrista», caratterizzata dall’affiorare tumultuoso di un «estremismo di centro», con forme di mobilitazione collettiva che in passato erano appartenute solo alla destra o alla sinistra (proteste di piazza, occupazioni stradali, scioperi); dall’avere come protagonisti soggetti sociali di centro, le nuove figure affermatesi dentro il vecchio contenitore dei ceti medi tradizionali, ridisegnandone profondamente i contorni; da una forte componente antipolitica e dall’urgenza di definirsi direttamente a partire dalla propria collocazione sociale e produttiva, senza mediazioni partitiche.