23/7/2008 (10:14)
- LA STORIA
Vuoi mangiare? Dammi le impronte
Foligno, polemiche
alla mensa universitaria
ALESSANDRA CRISTOFANI
Non sono rom e nemmeno camorristi. Non sono extracomunitari senza permesso di soggiorno e neanche pluripregiudicati in manette. Hanno dai diciotto anni in su e vanno all'università. Molti di loro hanno vinto una borsa di studio e così hanno diritto al pranzo gratis o a un mini-contributo di tre euro. Ma sono costretti a lasciare le impronte digitali prima di entrare alla mensa dell'Ateneo. Accade a Foligno dove, nella centralissima via Oberdan, un paio di mesi fa è stata inaugurata la mensa universitaria, riservata agli studenti delle facoltà di scienze infermieristiche, fisioterapia e protezione civile. Agli iscritti viene concesso di mangiare un pasto completo (primo, secondo, contorno e bibite), a un prezzo base di 4 euro e cinquanta. Poco più della metà del prezzo intero, riservato a tutti gli altri. Per i borsisti che per reddito o merito hanno diritto al badge rilasciato dall’Adisu (Agenzia per il diritto allo studio), le cose cambiano. A loro, l’Adisu richiede di premere il dito pollice su un apposito lettore che rileva le impronte e le compara con quelle del tesserino magnetico in loro possesso. Poi, se la firma genetica corrisponde, permette l’accesso alla mensa.
Basta scrocconi
Un sistema di identificazione per sbarrare il passo agli abusivi, che in tasca non hanno il tesserino magnetico ma provano lo stesso a mangiare a sbafo, magari facendoselo prestare. Contro i furbetti delle mense l’Adisu ha pensato dunque alle impronte, ché, non c’è che dire, garantiscono margini di sicurezza a prova di terrorista. Tant’è vero che perfino il Garante per la privacy, che quanto a impronte ci va cauto, ha aperto un'istruttoria, chiedendo lumi all’agenzia perugina. Che, entro il 31 luglio, dovrà presentare chiarimenti all’Authority, dire come e perché ha ritenuto opportuno il sistema della rilevazione delle impronte e non, per esempio, una foto o magari una firma, che tra i sistemi di identificazione non sono certo tra i più invasivi.
Tra gli studenti, nessuno che abbia protestato contro il provvedimento dell’ente che fornisce i buoni pasto. Nessuno che abbia detto una parola, come se non si trattasse di una firma genetica ma di un semplice scarabocchio su un foglio. Nessun turbamento, almeno apparente, davanti a questa innovazione.
Niente scandali
Giacomo Chiodini, rappresentante del comitato di controllo studenti Adisu, non batte ciglio: «Le impronte? Niente di cui scandalizzarsi». Il refrain è sempre lo stesso. Ovvero tutelare gli studenti destinatari delle borse di studio da quanti vorrebbero usurpare i loro diritti. E, del resto, non è forse per tutelare la sicurezza collettiva che ai minori rom si vorrebbe prender loro le impronte?
Chi butta acqua sul fuoco è il commissario straordinario dell’Adisu, Maurizio Oliviero, che di schedatura non vuol sentir parlare: «Sarebbe improprio. In questo caso - dice - non c'è alcuna banca dati». Vero. Eppure che per mangiare occorra ricorrere a una tecnica più vicina alle comparazioni da Ris, lascia un po’ perplessi. Niente di che, s’intende. Tanto più che, tempo un paio d'anni, le impronte sui documenti di riconoscimento saranno obbligatorie per tutti. Con buona pace dei garantisti, che a offrire i polpastrelli allo scanner avvertono una specie d'orticaria.
«Nessuna violazione», insiste il commissario Oliviero, puntando l'accento sulla necessità di controllare gli ingressi al servizio di ristorazione, per evitare indebite intrusioni. E, va da sé, irragionevoli aggravi sulle casse dell’ente.